Ludovico Palma, Author at Ludovico Palma Nutrizionista - Pagina 6 di 7

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28 Giugno 2022

L’intolleranza al lattosio è un disturbo gastrointestinale che non permette di digerire correttamente il lattosio, ossia lo zucchero contenuto nel latte di quasi tutti i mammiferi. La mancata digestione di questo zucchero, è dovuta alla mancanza di un enzima digestivo chiamato per l’appunto lattasi. Si stima che questo disturbo riguardi circa il 40% degli italiani, può essere di origine genetica, e dunque comparire già dall’infanzia, oppure manifestarsi in età adulta.

La produzione dell’enzima lattasi negli esseri umani cambia nel corso del tempo. Solitamente l’enzima inizia ad essere prodotto meno i 2-3 anni, riducendosi a livelli bassi intorno agli 8-10 anni.                            

L’intolleranza alimentare è definita come una reazione avversa ad un determinato alimento che l’organismo non è in grado di metabolizzare ed assorbire adeguatamente. 

La condizione, chiamata anche malassorbimento di lattosio, è solitamente innocua, ma i suoi sintomi possono essere molto fastidiosi.  Gli adulti , solitamente, sviluppano sintomi solo dopo aver consumato 250-375 millilitri di latte. Alcuni soggetti riconoscono in epoca precoce che il latte e altri prodotti caseari causano disturbi gastrointestinali e, consciamente o inconsciamente, evitano tali alimenti. 

Che cos’è il Lattosio e dove si trova

Il lattosio è uno zucchero semplice, un disaccaride, ossia un composto chimico organico composto da due zuccheri semplici (monosaccaridi), il glucosio e il galattosio.

Come indica il nome, il lattosio si trova principalmente in alimenti come latte, sia esso di mucca, capra o altri animali e suoi derivati. Il lattosio rappresenta la quasi totalità degli zuccheri presenti nel latte, circa il 98%. 

Oltre che nel latte questo zucchero si trova quindi in latticini quali yogurt, formaggi freschi e stagionati, panna e burro, margarina.

Attenzione! Spesso il lattosio viene utilizzato anche come additivo alimentare o ingrediente di preparazioni, può capitare di trovarlo “nascosto” in alimenti insospettabili, come:

  • Carne conservata come salumi, prosciutto cotto ed hamburger (viene utilizzato latte per amalgamare la carne e rendere l’impasto morbido);
  • Prodotti da forno (pane, pizza, torte, biscotti), il latte è spesso utilizzato come ingrediente oppure come addensante, dolcificante o agente di carica;
  • Dessert e gelati;
  • Cioccolato e creme spalmabili;
  • Ripieni di alimenti confezionati;
  • Pasta ripiena preparata con ricotta o altri latticini;
  • Salse e sughi in scatola

Questi sono i principali, ma potrebbe essere presente anche in altri alimenti insospettabili. Per questo, in caso di intolleranza al lattosio è importante controllare bene l’etichetta dei prodotti che si acquistano.

Intolleranza al Lattosio : Cause e Sintomi

La lattasi è un enzima molto importante specialmente nella prima fase di vita di lattanti e mammiferi. Se questo zucchero non viene digerito ed assorbito bene, richiama acqua nell’intestino e ne provoca la sua distensione. Poi, giunto al colon il lattosio viene fermentato dai batteri del tratto intestinale e trasformato in metaboliti secondari e gas. 

I sintomi più frequenti associati a questo tipo di intolleranza alimentare sono: meteorismo , dolori addominali, diarrea e sensazione di pesantezza dello stomaco.  

Come si sviluppa la carenza di Lattasi?

Carenza lattasi Primaria

Questo tipo di carenza si sviluppa precocemente, intorno ai due anni, molti bambini con deficienza di lattasi non mostrano sintomi fino all’adolescenza o all’età adulta.  Quanto l’attività della lattasi diminuisca dipende da fattori genetici e varia da persona a persona. 

Carenza lattasi Secondaria

La carenza di lattasi secondaria è la conseguenza di un danno della mucosa intestinale in seguito alla presenza di patologie intestinali acute o croniche. Ad esempio la presenza di gravi infezioni intestinali, enteriti, celiachia, morbo di Crohn o linfomi può determinare una carenza di lattasi. Di solito si risolve con la guarigione della patologia, poiché risanando la mucosa intestinale gli enzimi vengono riprodotti.  Questa condizione si verifica più frequentemente durante l’età infantile. 

Anche la celiachia può indurre una deficienza di lattasi in seguito ai danni che provoca nel tratto intestinale. La lattasi si trova proprio sulla sommità dei villi intestinali, la celiachia determina un processo infiammatorio che distrugge proprio i villi intestinali. In questo modo si riducono i livelli di lattasi e si presentano i classici sintomi da intolleranza.

Carenza Congenita di lattasi

La carenza “congenita” di lattasi è rara ma può essere molto grave se non si interviene subito. Il neonato nutrito con il latte materno non riesce a digerire ed assimilare. 

Solitamente se permane il 50 % della lattasi non si hanno particolari problemi nella digestione del lattosio. Anche soggetti intolleranti al lattosio sono in grado di digerire piccole quantità di lattosio: circa 15 gr in soggetti con intolleranza primaria ed anche qualche grammo in più se il cibo contenente lattosio è accompagnato da altri alimenti. Quantità superiori ai 50 gr, invece, sono spesso responsabili di disturbi nella maggior parte dei soggetti intolleranti. 

Intolleranza al Lattosio: Diagnosi e Test

Sebbene i sintomi prodotti dal malassorbimento di lattosio siano importanti ed indicativi, non sono sufficienti a determinare una vera e propria diagnosi. E’ necessario fare dei test medici che confermino che il malassorbimento sia dovuto ad una mancanza di enzima.

Quale test fare?

Breath Test

Il test del respiro o breath test è un esame diagnostico che si effettua mediante l’analisi di campioni di aria espirata. Il test consiste in una raccolta di campioni di aria espirata, prima e dopo l’ingestione di uno specifico zucchero sciolto in acqua, in un sacchetto di plastica a intervalli regolari. L’esame può durare da due a quattro ore. 

Per non avere dei test falsi positivi ci sono alcune indicazioni importanti come: non aver assunto probiotici e lassativi nei giorni precedenti l’esame ed essere a digiuno da circa 12 ore. 

Test Genetico per intolleranza al Lattosio

Con il test genetico si riesce invece a rilevare se siano presenti delle specifiche mutazioni nel dna che determinano minor produzione di lattasi. Il test si svolge eseguendo un tampone buccale e consente di verificare che tipo di carenza si abbia.

Intolleranza al Lattosio: Cosa mangiare?

E’ molto importante accertare che sia presente un’intolleranza al lattosio prima di escludere alcune categorie alimentari dalla propria dieta. In seguito all’accertamento, consultando un nutrizionista si potrà avere un consulto su come gestire al meglio la propria alimentazione senza lattosio.

La dieta corretta per chi soffre di intolleranza al lattosio è, ovviamente, un’alimentazione che diminuisca i problemi legati al malassorbimento. Per diminuire i disturbi è necessario ridurre fortemente la quota di lattosio introdotta con la dieta. Ormai esistono in commercio tantissimi prodotti, soprattutto latte e derivati, che sono senza lattosio ma che mantengono le altre proprietà alimentari. 

Inoltre, numerosi studi mostrano come anche che chi ha una ridotta attività della lattasi possa gestire e assumere piccole quantità di lattosio:

Le quantità assimilabili sono circa 12 gr di lattosio per pasto, corrispondenti a 250 ml di latte oppure 24 gr in un giorno distribuiti in più pasti. 

Per chi invece ha un’intolleranza primaria è consigliabile evitare quasi totalmente il lattosio dalla propria alimentazione. 

Conclusione

3 piccoli consigli pratici per gestire l’intolleranza al lattosio nella quotidianità:

  1. Ridurre la quota di lattosio fino alla quantità che produce i primi sintomi per capire qual è la quota di zucchero tollerata. 
  2. Distribuire nell’arco della giornata, in differenti pasti, quantità piccole di lattosio per assimilare meglio.
  3. Utilizzare delle preparazioni , presenti in commercio, che contengono  lattasi ed aiutano a digerire al momento del bisogno. 

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15 Giugno 2022

Il Nichel (il cui simbolo chimico è Ni) è un componente naturale della superficie della Terra (crosta terrestre). In passato era chiamato dai minatori “rame del diavolo” o “rame bianco” poiché ritenuto di poco valore rispetto al rame.

Il Nichel è un metallo presente in diversi minerali, nei suoli (compresi i fondali dell’oceano) e tra i componenti delle emissioni vulcaniche. In gran parte, è utilizzato nell’industria per la produzione di acciaio inox dal quale ne derivano apparecchiature varie.

Infatti, molti oggetti che si utilizzano nella quotidianità contengono Nichel,  come ad esempio : gioielli, cinturini per orologi, chiusure per indumenti (cerniere, bottoni automatici), fibbie per cinture, monete, telefono cellulare, chiavi, Laptop o tablet per computer e sigarette elettroniche. Alcune persone estremamente sensibili possono avere delle reazioni allergiche scatenate anche da cibi contenenti nichel.

Allergia al Nichel: cause, sintomi, diagnosi

L’esposizione della popolazione al Nichel avviene principalmente attraverso: 

  • ingestioni di alimenti, 
  • acqua potabile, 
  • contatto diretto della pelle con oggetti in metallo contenenti nichel, 
  • inalazione di aria contaminata o attraverso il fumo (attivo e passivo) di tabacco.

L’allergia al Nichel è una delle più difficili da combattere o controllare, poiché questo metallo anche se in quantità ridotte è presente quasi ovunque. La risposta immunitaria scatenata dal Nichel è molto importante e di solito si manifesta sotto forma di Dermatite Allergica da Contatto (DAC). Le donne sono più colpite degli uomini, con una prevalenza che può arrivare oltre il 30%.

Quali sono i segni ed i sintomi dell’allergia al Nichel ?

  • eruzione cutanea o protuberanze sulla pelle,
  • prurito,
  • arrossamento o alterazioni del colore della pelle,
  • macchie di pelle secca che possono assomigliare a un’ustione,
  • vesciche e liquido drenante nei casi più gravi.

Purtroppo la causa esatta dell’allergia al Nichel ancora non è ben nota. Come altre allergie, l’allergia al Nichel si sviluppa quando il sistema immunitario riconosce il Nichel come sostanza dannosa.

Una volta che l’organismo ha sviluppato una reazione ad un particolare agente (allergene) – in questo caso, il Nichel – il sistema immunitario sarà sempre sensibile ad esso

Diagnosi

Il medico di solito può diagnosticare un’allergia al Nichel in base all’aspetto della pelle ed a una recente esposizione a oggetti che potrebbero contenere nichel.

Se la causa dell’eruzione cutanea non è evidente, tuttavia, il medico può raccomandare un patch test (test di allergia per ipersensibilità da contatto). Durante un patch test, quantità molto piccole di potenziali allergeni vengono applicate sulla pelle e coperte con piccoli cerotti. Se è presente l’allergia al Nichel, la pelle sotto il cerotto si infiamma una volta rimosso. 

Allergia al Nichel ed Alimentazione

Seppur sia un metallo, il Nichel, è presente anche nell’organismo umano dove svolge diversi ruoli importanti. In particolar modo, questo metallo agevola lo svolgimento di reazioni biochimiche che regolano il metabolismo di ormoni, grassi e zuccheri. La quantità di Nichel presente nel corpo è di circa 1 grammo e si trova soprattutto in ossa, pancreas e saliva.

Il fabbisogno giornaliero di Nichel del corpo umano è di 100 mircrogrammi ed è completamente coperto dall’alimentazione. 

Tra i falsi miti legati all’allergia al Nichel vi è quello che faccia ingrassare, nulla di più sbagliato. L’allergia al Nichel non determina un aumento della massa grassa, può invece generare evidenti gonfiori che cessano in seguito alla risoluzione del problema. 

Il cibo è considerato una delle principali fonti di esposizione al Nichel per la popolazione generale. Infatti, il Nichel, oltre ad essere presente in prodotti cosmetici, di bellezza ed igiene personale è presente anche in alcuni alimenti, soprattutto di origine vegetale. Nella dieta di un soggetto allergico può causare dermatiti.

Al momento, la lettura scientifica non dà indicazioni molto accurate riguardo questo tipo di allergia per alcune criticità. La mancata definizione di una soglia, pone incertezza su quale sia la dose minima di Nichel in grado di scatenare una risposta allergica.

L’altro problema è che il contenuto di Nichel negli alimenti di origine vegetale cambia in base a diversi fattori, come:

  • la quantità di Nichel presente nel suolo,
  • la parte della pianta che viene consumata,
  • la stagione di raccolta.

Tuttavia, si sa abbastanza bene quali siano gli alimenti che hanno un contenuto di Nichel più elevato. L’attenta selezione di cibi con una concentrazione di Nichel relativamente bassa può ridurre il rischio di reazioni allergiche in individui sensibili. 

Quali sono gli alimenti con maggiore contenuto di Nichel?

In caso di positività agli esami, si procede con l’eliminare dalla mangia per un periodo limitato gli alimenti con maggiore contenuto di Nichel. Il periodo di esclusione è variabile secondo la sensibilità del soggetto.  

Gli alimenti contenenti Nichel tra cui albicocche, cavoli, spinaci, arachidi, carote, pomodori, ostriche, fichi, cipolle, asparagi, lenticchie, farina di grano intero, fagioli, liquirizia, pere cotte e crude, funghi, mais, lattuga, piselli, mandorle, tè, aragosta, margarina, cacao e cioccolato, avocado, mirtilli, avena, grano saraceno, noci e nocciole, broccoli, patate, lievito in polvere, ma anche alimenti cotti o conservati in recipienti di metallo (ad eccezione dell’alluminio).

Altri fattori che possono incidere in misura rilevante sull’assunzione giornaliera del metallo tramite la dieta sono:

  • utilizzo di utensili, pentole e posate in leghe contenenti Nichel;
  • contatto prolungato di alimenti, specie se acidi, con le pareti di contenitori e pentole contenenti nichel;

Un’alta concentrazione di Nichel si trova talvolta negli alimenti trasformati. Si tratta di Nichel libero, prelevato dall’acciaio inossidabile utilizzato nella fabbricazione di attrezzature e contenitori.

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6 Giugno 2022

Il diabete è una malattia metabolica cronica multifattoriale caratterizzata da livelli elevati di glucosio nel sangue (o zucchero nel sangue). 

Circa 422 milioni di persone nel mondo hanno il diabete, ogni anno gli sono direttamente attribuiti 1,5 milioni di decessi. Purtroppo, sia il numero di casi che la prevalenza del diabete sono aumentati costantemente negli ultimi decenni.

E’ una malattia molto seria che nel tempo può causare gravi danni al cuore, vasi sanguigni, occhi, reni e nervi. Infatti, il diabete è una delle principali cause di cecità, insufficienza renale, infarto, ictus e amputazione degli arti inferiori.

Esistono differenti tipi diabete: il tipo 1, il il tipo 2 ed il diabete gestazionale. Il diabete mellito di tipo 2 è il più comune, interessa il 90% dei casi, di solito adulti.  

Diabete mellito di tipo 2 ed Insulina

L’insulina è un ormone prodotto e secreto dal pancreas ed è noto come il principale regolatore del metabolismo dei carboidrati (zuccheri). L’insulina è l’ormone ipoglicemizzante per eccellenza, cioè agisce riducendo i livelli di zucchero nel sangue. 

Il diabete mellito di tipo 2 insorge quando il corpo diventa resistente all’insulina o non ne produce abbastanza, causando un aumento dei glucosio (zucchero) nel sangue.

Cause del diabete mellito di tipo 2

La maggior parte dei casi di diabete mellito di tipo 2 è associata a stili di vita scorretti e all’obesità che, spesso, lo precede e ne è la causa scatenante. Il fattore genetico e la familiarità a questa patologia possono favorire la comparsa di diabete tipo 2. Spesso, le persone con diabete tipo 2 hanno parenti prossimi (genitori, fratelli) affetti dalla stessa malattia. 

Alcune condizioni aumentano il rischio di sviluppare il diabete tipo 2, come:

  • dieta a elevato contenuto di zuccheri semplici (dolci, caramelle, bevande zuccherate etc.)
  • dieta a elevato contenuto di grassi di origine animale (carni rosse o insaccati, formaggi grassi)
  • sedentarietà
  • diabete gestazionale
  • eccessivo consumo di alcol
  • età (il diabete tipo 2 compare in genere dopo i 40 anni e interessa per lo più persone al di sopra dei 64 anni)

Diabete mellito di tipo 2 e dieta

Per le persone con diabete tipo 2 è essenziale fare attenzione ad uno stile di vita sano. Alimentazione ed attività motoria sono fondamentali, anche in prevenzione, soprattutto se ci sono fattori genetici e familiari che predispongono alla patologia. Come gestire l’alimentazione per il diabete? 

La dieta di una persona con diabete, non differisce molto dalla dieta sana. E’ importante avere una dieta sana ed equilibrata, in cui nessun alimento è proibito ma tutti sono assegnati nelle giuste quantità, abbinamenti e con la giusta frequenza. Eventualmente, nella gestione del piano alimentare e delle quantità, va considerata la terapia farmacologica prescritta. 

Le persone diabetiche non devono eliminare del tutto i carboidrati, ma fare attenzione alla quantità, alla qualità e al tipo di zucchero contenuto nel cibo. I cereali e i derivati, specialmente se integrali, come raccomanda la dieta mediterranea sono assolutamente consigliati. 

Ad esempio, cibi dolci come caramelle, bevande dolci, cioccolata non fondente, torte e biscotti, vengono digeriti e assorbiti rapidamente nel sangue e fanno aumentare più rapidamente il livello della glicemia.

Oltre al tipo di carboidrati, l’aumento della glicemia è causato dalla presenza di fibre e da come vengono associati gli alimenti durante il pasto. E’ sempre consigliabile assumere una porzione abbondante di verdure sia a pranzo che a cena, determinando una risposta glicemica più cauta. Ad un piatto di pasta in bianco è una pasta alle verdure per esempio. La corretta quantità di fibra viene raggiunta e superata seguendo una dieta di tipo mediterraneo, che prevede il consumo giornaliero di 5 porzioni tra verdura e frutta e di 3-4 porzioni alla settimana di legumi.

Quali sono i sintomi del diabete mellito tipo 2:

I sintomi del diabete mellito di tipo 2 sono meno chiari rispetto al diabete mellito di tipo 1. La malattia rimane, infatti, per molto tempo asintomatica e i sintomi si sviluppano in modo graduale e sono, quindi, più difficili da identificare.

Tra i sintomi più frequenti si possono riscontrare:

  • sete intensa e frequente bisogno di urinare
  • perdita di zuccheri nelle urine (glicosuria)
  • aumento dell’appetito
  • senso di affaticamento e vista sfocata
  • aumento delle infezioni dei genitali e delle vie urinarie (cistiti, ecc.)
  • taglietti o piccole ferite che guariscono più lentamente

Diagnosi

La diagnosi di diabete mellito di tipo 2 si fa attraverso gli esami del sangue e delle urine.  

I test principali sono:

  • glicemia al mattino dopo almeno 8 ore di digiuno (valori uguali o superiori a 126 mg/dl sono considerati indicativi di diabete)
  • glicosuria (presenza di zucchero nelle urine)
  • emoglobina glicosilata (HbA1c – dà una valutazione media della glicemia degli ultimi 2-3 mesi e, se superiore a 6,5%, può indicare la presenza di diabete)
  • test da carico orale di glucosio (dopo la valutazione della glicemia, viene fatta bere una bevanda contenente 75 grammi di glucosio e, a distanza di 2 ore, una glicemia uguale o superiore a 200 mg/dl indica la presenza di diabete)
  • valori di glicemia uguali o superiori a 200 mg/dl riscontrati nell’arco della giornata devono far sospettare la diagnosi di diabete.
  • Una serie di geni possono favorire la comparsa di diabete tipo 2. Per questo le persone con diabete tipo 2 hanno spesso parenti prossimi (genitori, fratelli) affetti dalla stessa malattia.

Terapia

La terapia del diabete mellito di tipo 2 si basa, prima di tutto, sull’adozione di stili di vita corretti, associati, eventualmente, ad una terapia farmacologica. Alimentazione e attività sportiva giocano un ruolo determinante nella gestione della patologia a medio-lungo termine. 

Gli obiettivi della terapia sono finalizzati a evitare la comparsa di complicanze o la progressione di quelle a lungo termine. Per raggiungere tale scopo si dovrebbero verificare queste situazioni:

  • ridurre, per quanto possibile, l’eccesso di peso corporeo. 
  • mantenere la glicemia a digiuno e pre-prandiale tra 70 e 130mg/dl
  • mantenere la glicemia post-prandiale al di sotto o uguale a 180mg/dl
  • mantenere l’emoglobina glicata (HbA1c), che fornisce una valutazione media della glicemia degli ultimi 2-3 mesi, a un livello inferiore o uguale a 7,0%.

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23 Maggio 2022

La gastrite è un’infiammazione della parete interna dello stomaco. L’infiammazione è dovuta, il più delle volte, ad un batterio che causa la maggior parte delle ulcere allo stomaco, l’Helicobacter pylori. L’uso regolare di alcuni antidolorifici ed il consumo eccessivo di alcol possono contribuire a scatenare la gastrite. Cosa fare in questi casi?

Quali sono i sintomi?

Si tratta di un’infiammazione e può manifestarsi improvvisamente, la gastrite acuta, oppure svilupparsi lentamente nel tempo, la gastrite cronica.

Circa un milione di italiani ,soprattutto donne, combattono periodicamente con i sintomi più tipici di questo disturbo: 

  • Bruciore o dolore nella parte superiore dell’addome che può peggiorare o migliorare mangiando,
  • crampi, 
  • nausea,
  • sensazione di pienezza nella parte superiore dell’addome dopo aver mangiato,
  • vomito.

Non sempre è sintomatica e facilmente individuabile con delle manifestazioni evidenti. Fortunatamente, per la maggior parte delle persone, la gastrite non è grave e migliora rapidamente con il trattamento. Quando i sintomi della durano per una settimana o più, con dolore e assenza di miglioramenti, è ovviamente opportuno rivolgersi ad un medico.

Esiste anche un’altra tipo di gastrite, quella nervosa, che spesso ha carattere psicosomatico ed i sintomi sono simili a quelli della gastrite normale. In questo caso soprattutto, situazioni palesi di stress, un sonno disturbato ed un’alimentazione squilibrata possono contribuire a non essere i principali responsabili del disturbo.

Cause

Come già spiegato, la gastrite è un’infiammazione del rivestimento dello stomaco. Quindi, debolezze o lesioni alla barriera di muco che protegge la parete dello stomaco consentono ai succhi digestivi di danneggiare ed infiammare il rivestimento dello stomaco. Vi sono numerose malattie e condizioni che possono aumentare il rischio di gastrite, tra cui il morbo di Crohn e la sarcoidosi. 

Esistono dei fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di causare gastrite, tra questi: 

  • Infezione batterica.
  • L’uso regolare di antidolorifici. I comuni antidolorifici – come l’aspirina, l’ibuprofene e il naprossene – possono causare sia gastrite acuta che gastrite cronica.
  • Consumo eccessivo di alcol. L’alcol può irritare ed erodere il rivestimento dello stomaco, il che rende lo stomaco più vulnerabile ai succhi digestivi.
  • Stress.
  • Età più avanzata, gli anziani hanno un rischio maggiore di gastrite perché il rivestimento dello stomaco tende ad assottigliarsi con l’età. 
  • Reazioni autoimmuni, ossia quando il corpo attacca le cellule che compongono il rivestimento dello stomaco. Questa reazione può logorare la barriera protettiva dello stomaco. La gastrite autoimmune è più comune nelle persone con altri disturbi autoimmuni, tra cui la malattia di Hashimoto e il diabete di tipo 1. La gastrite autoimmune può anche essere associata a carenza di vitamina B-12.

Diagnosi e trattamento

E’ possibile diagnosticare in seguito ad alcuni test o anche esponendo semplicemente la propria storia medica ed i sintomi ad un dottore. Tra i test da eseguire vi sono il test dell’Helicobacter pylori, l’endoscopia e la radiografia dell’apparato digerente. 

Il trattamento della gastrite dipende dalla causa specifica. La gastrite acuta causata da farmaci antinfiammatori non steroidei o alcol può essere alleviata interrompendo l’uso di tali sostanze.

Gastrite ed Alimentazione

Ancor prima del trattamento farmacologico e della dieta è importante avere alcune norme nutrizionali e comportamentali che potrebbero aiutare i disturbi:

  • Fare dei pasti più piccoli e frequenti. Consumare pasti piccoli più spesso può alleviare gli effetti dell’acidità di stomaco.
  • Mangiare lentamente. Una corretta masticazione migliora la digestione e riduce i tempi di permanenza del cibo nello stomaco. 
  • Favorire la digestione. Dopo il pasto fare una piccola passeggiata e non distendersi subito. 

Ancora non esiste una vera e propria dieta da adottare e dei protocolli validi per tutti. Esiste una certa variabilità individuale a causa della quale alcuni cibi controindicati per qualcuno potrebbero essere ben tollerati da altri. Ci sono solo alcune indicazioni rispetto ad alcuni cibi a cui prestare più attenzione per provare a diminuire la secrezione acida dello stomaco. Infatti, solo  diminuendo la secrezione acida dello stomaco possono migliorare i sintomi fastidiosi della gastrite. 

Cosa Fare? Cibi sconsigliati in caso di Gastrite

Tra i cibi sconsigliati per la gastrite ci sono sicuramente le bevande contenenti caffeina o metilxantine come il caffè, tè, coca cola e cioccolato. Inoltre, è poco indicato l’utilizzo di spezie che possono irritare e danneggiare la parte dello stomaco, le bevande gassate o liquidi molto caldi.  

Tutto ciò che rallenta lo svuotamento dello stomaco e rende difficoltosa la digestione potrebbe aumentare la possibilità di avere più disturbi. Così, sarebbe opportuno evitare cibi eccessivamente grassi come insaccati (mortadella, salame, salsiccia, coppa etc.) e formaggi piccanti e fermentati.

Va fatta attenzione anche a condimenti grassi come panna, strutto, burro, margarina o salse fatte con abbondante olio di oliva. La frittura è una modalità di cottura da evitare a causa della formazione di acroleina, una sostanza dannosa in grado di compromettere la mucosa dello stomaco. 

Bevande alcoliche come vino, birra e superalcolici sono sconsigliate poiché esiste un rapporto diretto tra consumo di alcool e danno della mucosa gastrica. 

Infine, ci sono un’ampia categoria di alimenti che si è riscontrato peggiorare in chi soffre di reflusso e le cui sintomatologie potrebbero peggiorare anche la gastrite. Tra questi ti cibi sono presenti : agrumi e succo di agrumi, pomodoro e succo di pomodoro, cipolla, peperoni, aglio, peperoncino, pepe e menta.

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16 Maggio 2022

Il titolo può sembrare provocatorio ed in contrasto con la professione del nutrizionista ma non è affatto così. Molte persone pensano, credono e consigliano che per stare in forma ed in salute la nostra alimentazione debba escludere e condannare il junk food.  E’ realmente così?

Cosa si intende per Junk food?

Per junk food, in italiano cibo spazzatura, si indica un tipo di preparati dell’industria alimentare caratterizzati da un alto contenuto calorico ma di scarso valore nutrizionale. Proprio per questo, cibi come merendine, bevande analcoliche, patatine fritte sono spesso incriminati ma allo stesso tempo adorati da bambini ed adulti. 

In effetti valutando le caratteristiche nutrizionali principali dei junk food sembrerebbe proprio che siano il cibo del diavolo: 

  • Scarso valore nutrizionale
  • Elevato apporto energetico
  • Elevato apporto di sale 
  • Elevato apporto di zuccheri raffinati
  • Elevato apporto di colesterolo, lipidi saturi e/o acidi grassi idrogenati (trans)

Tuttavia, è necessaria un’astinenza del 100%? 

Se il junk food non piace o non rientra naturalmente nel proprio stile di vita il problema è presto che risolto. 

Invece, questo articolo è rivolto alla maggioranza di persone che ama questi cibi ma spesso sperimenta un conflitto interno: da un lato, si amano e si trovano buonissimi ; dall’altro, non si vuole rovinare la salute.

Riferirsi al cibo come “spazzatura” crea una dicotomia tra “cibo buono” e “cibo cattivo” che fa più male che bene e vedremo in seguito il perché. 

Perché mangiare cibo spazzatura

Si può includere junk food nella dieta, senza sentirsi in colpa o preoccuparsi che possa rovinare la salute.

Quando si segue un piano alimentare volto al dimagrimento, l’estrema rigidità e totale astinenza nei confronti di questi cibi può essere altamente controproducente. 

Si può innescare un circolo vizioso per cui accade che si dica si non mangeranno mai più ciambelle fritte. Poi se ne mangia una. Questo porta a dire “Basta! Mangio tutte le ciambelle”. Ad un certo punto (magari un qualsiasi lunedì) si riprova con una nuova promessa di astinenza ed il ciclo continua. Questo finché motivazione e voglia di ottenere risultati non scemano e si interrompe il percorso.

A questo punto, converrebbe includere settimanalmente o addirittura giornalmente un momento in cui mangiare questo tipo di alimenti. Per la maggior parte delle persone, includere regolarmente cibo che piace, anche se poco dietetico, aiuta a frenare le voglie e a sentirsi più soddisfatti.

Attenzione, questo concetto non è sempre valido per tutti. Ognuno conosce se stesso meglio di chiunque altro, quindi se un determinato alimento fa perdere totalmente il controllo, ad esempio gestendo con difficoltà la propria porzione,  a volte è più facile astenersi completamente, almeno per un periodo di tempo.

Come gestire il Junk food nella dieta

In genere tutto ciò di cui si ha bisogno per migliorare la salute, le prestazioni atletiche e la composizione corporea è: seguire una dieta composta da circa l’80 %  percento di cibi sani e non trasformati e ricchi di nutrienti ed il 20% cibi con elevata densità energetica e meno nutrienti. 

Questo tipo di strategia, definita anche alimentazione flessibile, risolve così il conflitto e trova un equilibrio che spesso si ritiene irraggiungibile. Anche se si è iniziato un percorso per essere più sani ed in forma non si dovrebbe escludere delle categorie alimentari che ci piacciono. Con l’aumento della restrizione alimentare, crescono anche altri problemi come l’ossessione alimentare, l’ansia e l’alimentazione disordinata che determinano un effetto controproducente.

Allo stesso tempo, è sempre bene ricordare che consumare quantità elevate di cibi di bassa qualità probabilmente peggiorano la condizione fisica e lo stato di salute. 

Con questo articolo non vorrei minimamente far passare il concetto che il junk food sia salutare e possa essere mangiato tutti i giorni senza problemi. Tuttavia, volevo esporre una problematica che causa rinuncia e sconforto in molte persone che iniziano percorsi di dimagrimento e miglioramento della propria salute.

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9 Novembre 2021

Le reazioni indesiderate al cibo sono comuni, molte di queste sono causate da intolleranze o allergie alimentari. Un’intolleranza alimentare può causare alcuni degli stessi sintomi di un’allergia alimentare, così spesso si confondono. E’ importante capire le differenze in quanto l’allergia alimentare, reazione immunologica avversa al cibo, è una malattia con elevato impatto sulla qualità di vita dei soggetti che ne sono affetti e dei loro familiari.

Differenza tra allergie ed intolleranze alimentari

 Allergie alimentari:

L’allergia alimentare è una reazione immunologica specifica e riproducibile legata all’ingestione degli alimenti. È una vera e propria malattia con precise caratteristiche che riguarda singoli individui; esistono componenti genetiche che ne determinano la predisposizione.

Una vera allergia alimentare provoca una reazione del sistema immunitario che colpisce numerosi organi del corpo. Può causare una serie di sintomi. In alcuni casi, una reazione allergica al cibo può essere grave o pericolosa per la vita.

Intolleranze Alimentari:

Al contrario, i sintomi dell’intolleranza alimentare sono generalmente meno gravi e spesso limitati a problemi digestivi. Le intolleranze alimentari non coinvolgono il sistema immunitario, dipendono da una difficoltà dell’organismo a metabolizzare un dato alimento o un suo componente.

Con un’intolleranza alimentare, si possono mangiare piccole quantità del cibo incriminato senza problemi ed anche prevenire una reazione. Ad esempio, se hai un’intolleranza al lattosio, potresti essere in grado di bere latte senza lattosio o assumere pillole di enzimi lattasi per aiutare la digestione.

Quali sono le cause ed effetti delle intolleranze ed allergie alimentari?

Cause ed effetti delle allergie:

Quando si soffre di allergia alimentare il sistema immunitario individua un alimento o una sostanza in esso presente come qualcosa di dannoso (allergene): per neutralizzarlo rilascia quindi anticorpi (immunoglobuline E, note anche come IgE).

I sintomi dell’allergia sono dovuti alla reazione immunitaria scatenata dall’incontro degli allergeni con gli anticorpi. Includono principalmente:

  • shock anafilattico,
  • orticaria-angioedema,
  • manifestazioni allergiche (orticaria e anafilassi) associate all’esercizio fisico dopo consumo di un alimento,
  • disturbi respiratori (asma e rinite),
  • sindrome orale-allergica, disturbi gastroenterici.

La caratteristica fondamentale è l’immediatezza della loro insorgenza: i sintomi insorgono a breve distanza dall’assunzione dell’alimento coinvolto (2-4 ore) e sono tanto più gravi quanto più precocemente insorgono.

La presentazione delle allergie alimentari può variare in base all’età, all’allergene alimentare coinvolto, al tipo e alla tempistica della reazione.

Quali sono gli alimenti più pericolosi per le allergie alimentari?

Tutti gli alimenti possono indurre anafilassi, ma i classici “big eight”, gli otto gruppi di alimenti più frequentemente in causa sono:

  1. arachidi,
  2. frutta a guscio,
  3. soia,
  4. crostacei e molluschi,
  5. pesce,
  6. latte,
  7. uova
  8. cereali.

Latte, uova, arachidi, pesce, soia e frumento: sono gli alimenti, causa di eczemi o reazioni pruriginose per circa 7% di bambini italiani, cui si aggiungono molluschi, nocciole e frutta con guscio messi al bando dal 3% della popolazione adulta. 

Cause ed effetti delle intolleranze:

Le cause dell’intolleranza alimentare includono:

  • Assenza di un enzima necessario per digerire completamente un alimento. L’intolleranza al lattosio è un esempio comune.
  • Sindrome dell’intestino irritabile. Questa condizione cronica può causare crampi, costipazione e diarrea.
  • Stress ricorrente o fattori psicologici. A volte il solo pensiero di un cibo può farti star male. Il motivo non è completamente compreso.
  • Celiachia. La celiachia ha alcune caratteristiche di una vera allergia alimentare perché coinvolge il sistema immunitario. I sintomi includono spesso problemi gastrointestinali e non correlati all’apparato digerente, come dolori articolari e mal di testa. Tuttavia, le persone con malattia celiaca non sono a rischio di anafilassi. Questa condizione digestiva cronica è innescata dal consumo di glutine, una proteina presente nel grano e in altri cereali.

Diagnosi, test e dieta per le allergie:

Allergie alimentari:

Purtroppo non esiste un test standard per confermare o escludere la presenza di un’allergia alimentare. La descrizione dei sintomi, la presenza di allergie alimentari in famiglia, un approfondito esame fisico che porti a escludere o individuare altri problemi, potranno aiutare nella diagnosi.

Indispensabile, poi, sarà sottoporsi a test per le allergie. Tra questi ci sono:

Prick test: la cute viene perforata da un ago per consentire la penetrazione dell’allergene: se dopo 20 minuti intorno al punto dell’iniezione si genera un ponfo rosso e caldo, significa che il soggetto è sensibile.

Rast test o test di radio-allergo-assorbimento: è un esame del sangue in grado di misurare la risposta del sistema immunitario a determinati alimenti controllando la quantità nel sangue delle immunoglobuline E (o IgE).

Prick by prick: si basa sull’impiego diretto dell’alimento ritenuto allergizzante.

Dieta:

Una volta accertata la presenza di un’allergia alimentare, attraverso test clinici validi scientificamente, si dovrà seguire un’alimentazione di esclusione. L’eliminazione di quel determinato alimento dovrebbe portare alla scomparsa dei sintomi. E’ importante che la dieta sia elaborata da un professionista (medico, biologo nutrizionista, dietista) così da valutare correttamente lo stato nutrizionale delle persona.

L’eliminazione dell’alimento e dei suoi derivati dovrà essere scrupolosa ed effettuata per un periodo di tempo ben definito. Se sarà verificato un rapporto di causa-effetto verrà proposto, successivamente, un test di provocazione orale in ambiente protetto che dovrà dimostrare la ricomparsa dei sintomi.

Solo dopo l’esito positivo di questo esame la dieta di eliminazione da diagnostica diverrà terapeutica.


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27 Luglio 2021

Il peperoncino è un frutto antichissimo, usato come alimento curativo già dalle popolazioni vissute millenni prima di Cristo. Ad esempio in Messico, circa 7000 anni fa, veniva impiegato per curare le ferite, le infezioni ed anche per conservare gli alimenti. Nel nostro continente la comparsa risale a tempi più recenti, con la seconda spedizione di Cristoforo Colombo. Nella cultura occidentale siamo abituati ad utilizzare questo frutto come una spezia che rende le pietanze piccanti e più gustose. Il peperoncino ha diverse proprietà e benefici oggetto di molti studi scientifici per confermarne la veridicità.

La pianta e le sue proprietà

Il nome scientifico del peperoncino è Capsicium, deriva probabilmente dal greco “kapto” che significa mordo,mangio avidamente, per la sua dote di aumentare l’appetito. Il peperoncino è una pianta annuale che fa parte della famiglia delle Solanacee, la stessa dei peperoni. La caratteristica principale del peperoncino è il gusto piccante dato dalla presenza di una molecola, la capsaicina, presente in concentrazioni differenti a seconda delle varietà. È sicuramente più intensa nel frutto fresco, mentre è più debole in quello essiccato a causa della sua volatilità.  

Il peperoncino possiede sostanze coloranti , i carotenoidi, che ne determinano il colore delle bacche: verdi, rosse, giallo, arancioni, marroni e quasi nere.

Quali sono i peperoncini più piccanti?

La piccantezza di un peperoncino si indica utilizzando la scala di Scoville che misura la quantità di capsaicina contenuta, variabile da 0 a 16 milioni di unità.

Quali sono attualmente i peperoncini più piccanti?

  • Pepper X, è un peperoncino di intensità 3.180.000 unità Scoville, valore che lo rende il peperoncino più piccante al mondo (non confermato dal Guinness dei primati);
  • Dragon’s Breath, secondo peperoncino più piccante di sempre con intensità di 2 480 000 unità Scoville;
  • Carolina reaper, questo peperoncino è entrato nel Guinness dei primati come peperoncino più piccante al mondo nel 2013. Raggiunge una piccantezza media di 1.569.300 unità di Scoville.
Carolina reaper, entrato nel Guinness dei primati come peperoncino più piccante al mondo

Peperoncino: proprietà nutrizionali e benefici

Da un punto di vista nutrizionale il peperoncino ha un basso apporto energetico, 30 kcal per 100 gr. I macronutrienti presenti maggiormente sono i carboidrati (3.8 gr per 100 gr) , le proteine sono molto scarse così come i lipidi. Tra i micronutrienti quelli più presenti sono minerali e vitamine come il potassio, la vitamina C e la vitamina A.

La capsaicina, che si concentra nei frutti e nei semi del frutto, è nota per le sue proprietà benefiche:

  • Digestive: aumenta la secrezione di salive e succhi gastrici e diminuisce la presenza di gas nell’intestino;
  • Antiossidanti, per la presenza della vitamina C;
  • Antibatteriche, sembrerebbe di poter inibire a concentrazione neanche troppo elevate colonie di salmonella e colibacilli;
  • Anestetiche: sembra che già i Maja e gli Incas lo utilizzassero per curare il mal di denti. Non viene percepito dolore nella zona dove viene applicata la capsaicina.

Peperoncino , controindicazioni dietetiche

Il peperoncino non è consigliato quando sono presenti patologie esofagee, gastriche e intestinali. Si consiglia di fare particolarmente attenzione in caso di acidità di stomaco, reflusso gastroesofageo, gastrite, ulcera, colon irritabile ed emorroidi.


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21 Gennaio 2021

Finite le festività natalizie in molti ricercano la dieta migliore ed efficace per il proprio benessere. Si leggono ovunque metodi innovativi, consigli miracolosi e diete bizzarre per dimagrire, vivere bene e a lungo.

Ma qual è realmente la dieta migliore ?

In primo luogo è bene che la dieta rispetti quello che la ricerca scientifica ha dimostrato attraverso articoli e documenti. La dieta migliore, di solito, è quella che si adatta alle nostre esigenze, al nostro stile di vita oltre che a patologie già diagnosticate.

Nessuna dieta è di per se miracolosa, nessun cibo magico. La dieta può avere degli aspetti comuni ma poi è prettamente soggettiva in base ad una moltitudine di fattori.

Vediamone insieme alcuni.

Obiettivo e motivazione:

In primis è opportuno stabilire il tipo di obiettivo da raggiungere, che ci renda realmente felici e soddisfatti una volta raggiunto.

L’obiettivo dovrebbe essere possibile, misurabile e definito nel tempo. Questo aiuterà a perseguirlo con costanza, dedizione, trovando tempo, organizzazione  e compiendo piccoli sacrifici di cui ci si ripagherà al momento della realizzazione.  

Dieta per dimagrire:

Se ne sentono di tutti i tipi, da tisane magiche a chi mangia solo minestrone, chi ha eliminato i carboidrati raffinati o i cibi ad alto indice glicemico.

Ma ciò che determina realmente se dimagriamo o ingrassiamo è il bilancio energetico. Mangiando più di quanto si consuma si ingrassa, viceversa si dimagrisce. Se invece entrate ed uscite si equivalgono si mantiene più o meno il peso e la composizione corporea.

Quindi l’efficacia di tante diete strampalate e commerciali si basa sul fatto che sono delle diete ipocaloriche, ossia che mangiamo meno di quanto consumiamo. Però, oltre al dimagrimento, sarebbe opportuno considerare il corretto funzionamento dell’organismo oltre che la gratificazione psicologica di mangiare in modo sano ma completo.

Seguire linee guida scientifiche ci permette di sapere cosa, quanto e con che frequenza mangiare le diverse tipologie di cibi.

Dieta mediterranea:

La dieta mediterranea è certamente un punto di riferimento, soprattutto per noi italiani. E’ supportata da molti studi scientifici, ma per dieta mediterranea si intende un tipo di alimentazione ormai lontana da come ci si alimenta oggi. (https://it.wikipedia.org/wiki/Dieta_mediterranea)

Ci si riferisce più alla dieta che seguivano i nostri nonni o bisnonni, con un’alta prevalenza di :

  • verdura ed ortaggi
  • frutta fresca ed a guscio
  • olio di oliva
  • cereali
  • legumi

Inoltre si deve considerare che le porzioni che venivano consumate un tempo erano inferiori rispetto ad oggi e lo stile di vita più attivo.

E la dieta per patologie e sport?

L’elaborazione della dieta deve tenere in considerazione delle patologie diagnosticate (ad esempio intolleranza al lattosio, diabete etc.). Secondo la diagnosi medica si seguirà un tipo di alimentazione adatta e specifica alla condizione del paziente.

Anche lo sport è un elemento importante per capire il dispendio energetico.

Diete rigide e senza una giusta valutazione dell’impegno sportivo sono inadatte, possono peggiorare la performance se non essere addirittura pericolose per la salute.

Stile di vita e dieta:

Lo stile di vita incide molto sul tipo alimentazione che si dovrebbe seguire. Lavoro e famiglia ci impegnano spesso nella maggior parte della giornata, adeguare l’alimentazione a tutto ciò è fondamentale.

Cercare di trovare insieme ad un professionista delle soluzioni pratiche e veloci è importante per raggiungere il tipo di obiettivo che abbiamo in mente. Una dieta sostenibile è basilare poiché si seguirà a lungo, garantendo un mantenimento dei risultati raggiunti senza stravolgere ritmi ed abitudini.

Ciò che spesso viene proposto dalle diete commerciali e prive di basi scientifiche è invece un miglioramento nel breve periodo. In questo modo non è presa in considerazione la fase di mantenimento né di educazione alimentare.

Si potrà mangiare a vita frullati o tisane senza poter mangiare una pizza, un dolce o un fritto?


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15 Ottobre 2020

Il latte materno è pratico, semplice, in una parola: perfetto. La maggior parte dei bambini, infatti, non ha bisogno di altri alimenti o bevande fino a sei mesi compiuti.

I benefici dell’allattamento al seno sono da tempo riconosciuti. L’allattamento al seno aiuta il piccolo a crescere e svilupparsi nel modo migliore, e mantiene i suoi vantaggi anche nel tempo.

L’OMS considera l’allattamento uno degli obiettivi prioritari di salute pubblica a livello mondiale (http://https:/www.who.int/topics/breastfeeding/en/ ).

È importante, inoltre, che il latte materno rimanga la scelta prioritaria anche dopo l’acquisto di alimenti complementari, fino ai due anni di vita ed oltre, e comunque finché mamma e bambino lo desiderino.

L’allattamento rafforza il legame fra madre e figlio e li accompagna in quel percorso affascinante che è la conoscenza reciproca.

Perché preferire il latte materno e l’allattamento al seno ?

Il latte materno protegge da infezioni e infiammazioni, contribuisce alla maturazione immunitaria, allo sviluppo degli organi e alla colonizzazione microbica sana.

Il latte umano fornisce tutta l’energia e le sostanze nutritive di cui il bambino ha bisogno per i primi mesi di vita.

L’allattamento garantisce almeno la metà dei fabbisogni nutrizionali del bambino nella seconda metà del primo e nell’inizio del secondo anno di vita.

I bambini allattati al seno hanno meno probabilità di essere in sovrappeso o obesi e meno inclini al diabete. Le donne che allattano hanno anche un rischio ridotto di cancro al seno e alle ovaie.

Fasi dell’allattamento e maturazione del latte materno :

  1. Colostro

Il latte umano cambia nella composizione dal colostro alla lattazione tardiva e varia in base all’alimentazione, tra madri e popolazione.

Il primo fluido prodotto dalle madri dopo il parto è il colostro.    Prodotto in basse quantità nei primi giorni dopo il parto si distingue per volume, aspetto e composizione.  Il colostro,  è ricco di componenti immunologici come IgA secretorie, lattoferrina, leucociti, nonché fattori di sviluppo come il fattore di crescita epidermico.  Il colostro contiene concentrazioni relativamente basse di lattosio, indicando che le sue funzioni primarie sono immunologiche piuttosto che nutrizionali.

2. Latte di transizione

Da 5 giorni a due settimane dopo il parto si forma il latte di transizione che condivide alcune delle caratteristiche del colostro. Si differenzia invece per un aumento della produzione di latte che supporta le esigenze nutrizionali e di sviluppo del bambino in rapida crescita.

3. Latte maturo

Dopodiché il latte è considerato in gran parte maturo. Da quattro a sei settimane dopo il parto, il latte umano è considerato completamente maturo e rimane relativamente simile nella composizione.

Composizione del latte umano:

Macronutrienti:

I componenti nutrizionali del latte umano derivano da tre fonti: dei nutrienti del latte hanno origine dai lattociti, alcuni sono di origine alimentare, altri provengono dalle scorte materne.

Nel complesso, la qualità nutritiva del latte umano è altamente conservata, ma l’attenzione alla dieta materna è importante per alcune vitamine e per la composizione in acidi grassi.

Si stima che la composizione media dei macronutrienti del latte maturo sia:

  • 0,9 e 1,2 g / dL per le proteine
  • 3,2 e 3,6 g / dL per i grassi
  • 6,7 ​​e 7,8 g / dL per il lattosio.

Le stime energetiche variano da 65 a 70 kcal / dL e sono altamente correlate con il contenuto di grassi del latte umano.

Le proteine ​​più abbondanti sono caseina, α-lattoalbumina, lattoferrina, immunoglobuline secretorie IgA, lisozima e albumina sierica.

Il grasso del latte umano è caratterizzato da un alto contenuto di acido palmitico e oleico. Il grasso è il macronutriente del latte più variabile.

Il principale zucchero del latte umano è il lattosio. La concentrazione di lattosio nel latte umano è la meno variabile tra i macronutrienti. Quantità più elevate di lattosio si trovano nel latte delle madri che producono quantità maggiori di latte.

Micronutrienti:

I micronutrienti variano a seconda della dieta materna e delle riserve corporee  comprese le vitamine A, B1, B2, B6, B12, D e iodio.

Molecole bioattive :

Il latte umano contiene numerosi fattori di crescita che hanno effetti sul tratto intestinale, sistema vascolare, nervoso ed endocrino.

Dieta ed apporti energetici:

L’allattamento comporta per la mamma un aumento dei fabbisogni energetici e nutrizionali (la produzione del latte è più gravosa della gravidanza in termini nutrizionali).

Le richieste caloriche per una donna durante l’allattamento dipendono dalla quantità di latte prodotto e dalle riserve caloriche accumulate sotto forma di tessuto adiposo.

Il costo energetico supplementare dell’allattamento è stimato fra le 450 e le 560 chilocalorie al giorno, fino al sesto mese.


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