Ludovico Palma, Author at Ludovico Palma Nutrizionista - Pagina 5 di 7

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3 Febbraio 2023

Quando si fa riferimento ad una scorretta alimentazione si pensa spesso all’eccesso di peso e di massa grassa. Tuttavia non è sempre così; alcune volte un’alimentazione non corretta ed insufficiente rispetto ai propri fabbisogni può determinare una condizione di sottopeso

Nei casi più seri il sottopeso è la conseguenza di una denutrizione. Purtroppo in alcune aree del mondo ciò è legato a povertà e mancanza di cibo. La denutrizione è uno stato di nutrizione insufficiente, protratto per lungo tempo.  La mancanza di un apporto proteico, minerale, vitaminico ed energetico può portare ad uno stato di forte denutrizione e mettere a rischio la vita dei bambini. 

Nel mondo occidentale, invece, le cause del sottopeso sono per lo più altre, in seguito vedremo insieme le più importanti. E’ evidente che ,se trascurato, il sottopeso può essere un problema importante per la salute soprattutto per i più giovani. Quando si è sottopeso è importante capirne le cause ed interpellare un medico ed eventualmente un nutrizionista per poter migliorare e recuperare peso. 

Quando si è in presenza di sottopeso?

L’indice di massa corporeo (IMC) è un parametro che permette di valutare lo stato nutrizionale di una persona secondo il rapporto peso/altezza.

Si calcola così:

IMC (indice di massa corporeo) = Peso in Kg / Altezza in metri al ²

Quando l’indice di massa corporeo è al di sotto di 18,5 kg/m² è presente una condizione di sottopeso. Questo stato può essere associato a diverse patologie e caratterizzato da una consistente perdita di peso. Se invece l’indice di massa corporeo è inferiore a 16 kg/m²  si è in presenza di grave magrezza. 

L’indice di massa corporeo non fornisce informazioni riguardo la composizione corporea. E’ utile nell’apprendere una condizione generale ma poi sono necessari altri strumenti ed accertamenti per valutare complessivamente la situazione. 

Prendendo in considerazione l’IMC, secondo i dati dell’organizzazione mondiale della sanità la popolazione italiana (persone di 18 anni e più) risulta così distribuita:

  • 3% sottopeso
  • 51,5% normopeso
  • 35,5% sovrappeso
  • 10% obesa

Quali sono le cause?

Essere in una situazione di sottopeso può essere dovuto a diverse ragioni, è sempre bene approfondire e provare a capirle per migliorare. Vediamone insieme alcune.

Malattie che determinano un malassorbimento possono indurre una perdita di peso proprio a causa della difficoltà del tratto gastrointestinale di assorbire i nutrienti. E’ il caso, ad esempio, della celiachia, dove l’atrofia dei villi intestinali può determinare un malassorbimento e quindi perdita di peso. 

Anche squilibri ormonali come ipertiroidismo, ipopituitarismo o diabete mellito insulino-dipendente possono provocare una situazione di sottopeso. La magrezza o sottopeso può dipendere poi da cause patologiche come infezioni, tumori e problemi renali e gastrointestinali. 

Un condizione frequente che determina la perdita di peso è quando il bilancio energetico non è in equilibrio. Il bilancio energetico è definito come la differenza fra la quantità di energia introdotta e l’energia spesa per le varie attività dall’organismo. Quando aumenta troppo la spesa energetica a discapito di ciò che si mangia il bilancio energetico è negativo e si perde peso. Allo stesso modo riducendo eccessivamente e per molto tempo l’introito calorico può manifestarsi la stessa condizione di perdita di peso. 

Inoltre sono presenti cause indirette del sottopeso dovute ad altri fattori e patologie come: 

  • Depressione, 
  • Isolamento,
  • Scarsa disponibilità economica 
  • Perdita di appetito in seguito ad assunzioni di farmaci particolari. 

Anche lo stress può indurre alcune persone a mangiare di più e quindi ad ingrassare, come può spingere altre a mangiare di meno e, di conseguenza, a perdere peso.

Infine, vi può essere una situazione di sottopeso in presenza di disturbi del comportamento alimentare come l’anoressia nervosa. E’ bene ricordare che l’equazione sottopeso = anoressia o disturbo del comportamento alimentare è estremamente scorretta. Nella diagnosi di un disturbo del comportamento alimentare rientrano diversi fattori e non solo il sottopeso e la magrezza. 

Come gestire l’alimentazione in sottopeso?

In primo luogo è importante accertare ed approfondire i motivi per cui si sia creata la condizione di sottopeso. E’ sempre bene consultare il proprio medico per avere informazioni maggiori su come poter agire. 

In ogni caso sarà importante ripristinare una sana e corretta alimentazione che rispetti i propri fabbisogni e magari anche qualcosa in più (dieta ipercalorica). Quando i dispendi energetici sono molto alti, se ben tollerati, anche l’utilizzo di cibi con alta densità energetica aiuta a recuperare prima peso. Se il sottopeso è dovuto a cause indirette è bene agire parallelamente anche su quelle per riprendere peso stabilmente. 

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24 Gennaio 2023

La corretta alimentazione nell’infanzia ed in adolescenza è indispensabile sia per l’ottimale sviluppo fisico e cognitivo sia per mantenere un peso corporeo adeguato. Secondo i dati del ministero della salute, in Italia, circa un bambino su quattro è obeso. L’obesità nei bambini è causata principalmente da: 

  • troppa sedentarietà, 
  • abitudini alimentari sbagliate (molto spesso trasmesse dalla famiglia),
  • componente genetica, che però incide solo per una piccola parte. 

E’ bene ricordare che l’eccesso di grasso è un fattore di rischio importante per malattie cardiovascolari oltre che per molti tumori. Ci vogliono anni di abitudini alimentari scorrette perché il bambino diventi obeso, tuttavia l’instaurarsi di cattive abitudini in età scolare sono poi difficili da cambiare. 

In caso di difficoltà nell’avere sane e corrette abitudini alimentari, nell’infanzia ed adolescenza, è auspicabile l’aiuto di un nutrizionista o di un medico. 

Alimentazione in adolescenza e infanzia, che quantità?

Le quantità e le calorie dipendono dai fabbisogni personali dei bambini o ragazzi. Ad esempio, possono dipendere dall’età, dalla crescita, dallo sviluppo, dal sesso e dall’attività sportiva svolta. Per aumentare l’aderenza dei bambini ad una corretta alimentazione può essere d’aiuto far conciliare i pasti con le attività extrascolastiche e le abitudini familiari.

Quindi, seguire le linee guida di una corretta e sana alimentazione senza rinunciare allo sviluppo di piani alimentari strettamente personalizzati. Non è vero che l’eccesso di peso del bambino si correggerà con lo sviluppo. Al contrario è proprio l’eccedenza ponderale in età scolare che è maggiormente correlata con quella da adulti.

Anche la corretta ripartizione calorica nel corso della giornata aiuta ad essere sempre svegli e con le adeguate energie. La colazione, il pranzo e la cena dovrebbero avere il maggior apporto energetico, minore invece quello della merenda pomeridiana e dello spuntino di metà mattina.

Molto spesso la prima colazione viene snobbata o dimenticata, non è un dramma, però dopo 10 ore di digiuno l’organismo ha bisogno di energia. Infatti, una scarsa colazione può indurre i bambini ad avere fame verso metà mattina e quindi a mangiare prodotti grassi, salati o con zuccheri.

Caratteristiche principali

E’ fondamentale che la dieta sia varia, infatti la mancanza di varietà può provocare con il tempo delle carenze nutrizionali. La ripartizione e le caratteristiche dei principali macro-nutrienti sono diverse, vediamone alcune insieme :

I Carboidrati

I carboidrati complessi (come pasta, riso, cereali, pane, biscotti, etc.) sono indispensabili per fornire l’energia per giocare, studiare e svolgere tutte le attività della giornata.  Dovrebbero essere consumati in ottima quantità, scegliendo preferibilmente quelli integrali. Attenzione invece ai carboidrati semplici (gli zuccheri) che piacciono molto ai piccoli; i bambini che ne fanno uso smodato non solo ingrassano ma sono anche più irrequieti, distratti e svogliati. Non vanno aboliti o demonizzati ma consumati in quantità e frequenza settimanale molto inferiore rispetto ai carboidrati complessi. 

Le Proteine

Sono importanti per la crescita e lo sviluppo dell’organismo e dovrebbero apportare dal 10 al 15 % dell’introito giornaliero. E’ importante avere una varietà ed alternanza delle fonti proteiche, evitando di esagerare con l’assunzione di carne. Ad esempio anche i legumi, spesso dimenticati e poco apprezzati dai più piccoli, hanno invece un’ottima quantità di proteine e fibre. Conoscere il menù scolastico aiuta ad alternare la cena con un piatto complementare a quello che il bambino ha mangiato a pranzo. 

I Grassi

Sono  sostanze che il corpo utilizza soprattutto per la formazione delle membrane cellulari, non vanno demonizzati ma correttamente gestiti. L’apporto giornaliero di grassi per un bambino non dovrebbe superare il 30% del fabbisogno energetico totale. Sono molto importanti i grassi insaturi come quelli presenti nell’olio extravergine di oliva, nella frutta a guscio e nel pesce. Una piccola quota può essere anche costituita dai grassi saturi, soprattutto animali, introdotti tramite latticini e carne.

Le Fibre

Le fibre alimentari presenti soprattutto in frutta, verdura e legumi hanno una funzione molto importante per l’organismo e la salute. Purtroppo, invece, il consumo quotidiano di frutta e specialmente quello di verdura è basso, limitato a poche tipologie (ne consegue un apporto insufficiente di fibra). E’ bene che i bambini o ragazzi imparino il prima possibile a mangiare tutto il primo possibile. Per fare in modo che mangino verdure e frutta si consiglia di non fare loro dei piatti diversi da quelli del resto della famiglia. Un bel piatto di verdure non dovrebbe mai mancare in quasi ogni pasto principale. 

Il corpo di un bambino è costituito da una quantità di acqua ancora superiore rispetto all’adulto. Così, è bene che i bambini bevano sufficientemente acqua per essere ben idratati.

Aspetti psicologici dell’alimentazione in adolescenza e infanzia

Per  molti bambini e ragazzi riuscire a mangiare con continuità alcune categorie alimentari è molto difficile, in particolare verdura, frutta, legumi e pesce. Invece, sono molto importanti per il benessere dell’organismo, la crescita e per acquisire corrette abitudini alimentari. 

Come aiutarli ad aumentare le frequenze di assunzione di questi alimenti ?  

In primis, dare il buono esempio, cercare di introdurre tutti gli alimenti fin dall’infanzia , soprattutto le verdure, e non arrendersi al primo rifiuto. Può essere di aiuto non preparare dei menù personalizzati in base ai gusti ma mangiare tutti quanti le stesse cose. 

E’ bene che non ci siano divieti assoluti, spesso ciò che viene vietato severamente diventa l’oggetto del desiderio. Spiegare e raccontare da dove provengono i cibi e rendere i bambini partecipi nella preparazione, giocando con forme e colori, li aiuta a familiarizzare con tutti gli alimenti. 

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13 Gennaio 2023

La popolazione anziana, in Italia così come in tutto l’occidente, è in netto aumento.  Si stima che gli ultra sessantacinquenni siano oltre il 20 % dell’intera popolazione. La terza età presenta delle caratteristiche e problematiche specifiche, prenderle in considerazione ed adeguare ad esse la propria alimentazione è molto importante.

Cosa cambia con la terza età?

Dal punto di vista fisiologico l’invecchiamento è un processo in cui l’organismo diventa più fragile e vulnerabile. Infatti, diminuiscono gradualmente le funzioni di organi e tessuti ed aumenta la probabilità di ammalarsi. Il vantaggio, in questa fase della vita, è quello di poter avere più tempo da dedicare a se stessi ed alla famiglia. Così si può provare ad acquisire uno stile di vita sano facendo sport, secondo la propria condizione fisica, e preparando accuratamente i propri pasti. 

Nella terza età cambia lo stato di nutrizione della persona , questo è determinato dalle variazioni di composizione corporea e metabolismo. Non si devono sottovalutare tutti i cambiamenti psicologici, sociali ed ambientali che possono influenzare l’alimentazione dell’anziano. Infine, anche la presenza di malattie o terapie farmacologiche possono causare difficoltà nell’assorbimento dei nutrienti e nel loro utilizzo.

La composizione corporea subisce un cambiamento progressivo con l’aumentare dell’età in cui si riduce la massa magra ed aumenta la massa grassa. La massa grassa si ridistribuisce in particolare intorno ad organi e sul tronco, aumentando il rischio per alcune patologie. La perdita di massa muscolare, sarcopenia, si ha in maniera ancora più accentuata in persone ultra ottantenni perché i muscoli sono meno utilizzati. Dato che la sarcopenia espone maggiormente i soggetti anziani al rischio di cadute è importante cercare di contrastarla. La perdita di massa muscolare induce anche una diminuzione della sensibilità insulinica e del metabolismo basale. Se vi è un eccesso di massa grassa e simultaneamente una perdita di massa magra si parla di obesità sarcopenica.  

Carenze nell’alimentazione della terza età

La Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) ha stimato che in Italia ci siano circa un milione e mezzo di anziani a rischio malnutrizione. Ci sono diversi fattori che possono portare ad avere un’alimentazione insufficiente o inadeguata, tra questi: 

  • Invalidità
  • Basso reddito
  • Solitudine 
  • Problemi di masticazione 
  • Uso cronico di farmaci 
  • Depressione 

Nella popolazione anziana le carenze nutrizionali più frequenti sono quelle di vitamina D e calcio. Specialmente calcio e vitamina D sono importanti per evitare o ridurre l’insorgenza di osteoporosi, l’assunzione raccomandata di calcio è di 1000 mg/die. Una ridotta esposizione ai raggi UV e un’insufficiente attività sportiva possono aggravare la situazione.  Nel soggetto anziano vi è rischio di carenza anche di vitamine del gruppo B, in particolare B6 e B12 oltre che di vitamine C ed E. 

Tra gli altri micronutrienti critici nell’anziano vi sono magnesio, ferro, zinco e selenio sia per un minor assorbimento che per interferenza con patologie o farmaci. 

Le persone anziane dovrebbero porre attenzione anche all’utilizzo di sale. Infatti, il sodio contenuto nel sale può essere dannoso per chi soffre di ipertensione, insufficienza renale o cardiaca.

Alimentazione della terza età, cosa mangiare?

In virtù della delicatezza di questa fase della vita è importante che l’alimentazione  nella terza sia consigliata da un nutrizionista o medico. Un’alimentazione corretta consente un’evoluzione più lenta del processo di invecchiamento, quindi una buona efficienza delle funzioni cognitive, di attività fisica e di autonomia. 

Per alimentazione corretta si intende una dieta equilibrata e variata, con tutti gli alimenti disponibili nelle corrette quantità e frequenze di consumo. 

Il fabbisogno energetico va calibrato molto bene, sono necessarie né troppe calorie, per non accumulare grasso,  né troppo poche per prevenire una eccessiva magrezza. La falsa credenza che gli anziani debbano mangiare molto meno non è giustificata se si mantiene un buon livello di attività sportiva. Però, spesso, con l’invecchiamento si riduce l’attività motoria, la massa muscolare e di conseguenza il metabolismo basale e così si abbassa anche il fabbisogno energetico. 

In conclusione, va fatta attenzione alla quantità di alimenti, ma anche alla loro qualità. A questo scopo occorre privilegiare alimenti più proteici e meno grassi e arricchire l’alimentazione con verdure e frutta. Infatti, il fabbisogno di proteine nell’anziano è più elevato rispetto a quello dell’adulto allo scopo di sostenere il più possibile una massa muscolare in declino e nella scelta delle proteine andranno privilegiate quelle a più alta qualità. 

Gli alimenti proteici consigliati sono: 

  • latte e yogurt a ridotto contenuto di grassi e senza zuccheri aggiunti, 
  • legumi, 
  • uova, 
  • pesce (anche prezioso veicolo di acidi grassi polinsaturi omega-3) 
  • la carne (soprattutto magra e bianca). 

Le fibre di verdura e frutta servono a favorire una corretta funzione intestinale e contribuire alla prevenzione di obesità e diabete. Infine, non va sottovalutato che gli anziani tendono a bere di meno per ridotta sensazione di sete. Il consiglio è di bere durante tutto l’arco della giornata  e non solo durante i pasti. 

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20 Ottobre 2022

Il digiuno intermittente, in inglese intermittent fasting, è un modo con cui si può organizzare la propria alimentazione. I diversi protocolli nascono in seguito ad alcuni studi scientifici sul digiuno che né hanno indicato potenzialità, vantaggi e limiti. E’ bene precisare che il digiuno intermittente non è una dieta specifica ma è un modo di interpretarla.  Ognuno può decidere come modellarla secondo i propri obiettivi e lo stile di vita. 

Cos’è e come funziona il digiuno intermittente?

Il digiuno è la pratica di astenersi dal mangiare, cosa che si fa già  nella maggior parte della giornata. Ad esempio la notte non si mangia e si  digiuna anche per 10 o 12 ore, il tempo che passa tra la cena e la colazione. 

Ci sono diversi modi in cui vengono applicati periodi di digiuno alternati a fasi di alimentazione, come: 

  • Il digiuno intermittente 16/8 è il più famoso ed utilizzato, prevede all’interno di una giornata di 24 ore un periodo di 16 ore di digiuno e 8 ore in cui si può mangiare (chiamato anche Leangains). 
  • Si possono avere degli intervalli ancora più rigidi con 18 o 20 ore di digiuno. Infatti, nella warrior diet la finestra per poter mangiare si riduce soltanto a 4 o 6 ore serali.
  • Il digiuno intermittente Alternate-day fasting è invece tra i più studiati in letteratura. Consiste in due giorni a settimana di digiuno completo o con una forte restrizione calorica, 4-500 kcal al giorno. 

Non esiste un numero preciso dei pasti che si devono fare nel periodo di alimentazione, possono essere quanti se ne vogliono. Ovviamente, più l’intervallo sarà ristretto meno pasti e calorie sarà facile inserire. 

Il digiuno intermittente 16/8 può essere applicato, ad esempio, semplicemente anticipando la cena o saltando la prima colazione. Non è una dieta rigida ma si può decidere quando e come applicare il digiuno, in base ad esigenze ed abitudini personali. E’ un’alimentazione che non richiede necessariamente continuità; può essere seguita anche solo uno o due giorni a settimana. Soprattutto all’inizio è bene procedere con cautela, possibilmente assistiti da un nutrizionista che imposti adeguatamente il fabbisogno energetico secondo le corrette esigenze nutrizionali.  

Si potrebbe iniziare seguendo uno o due giorni di digiuno intermittente a settimana per adattarsi e poi avere sempre più regolarità. 

Il digiuno intermittente fa dimagrire?

Tra la false credenze associate a questo tipo di programmazione alimentare ci sta che faccia dimagrire in automatico quando seguito. Nulla di più sbagliato, il digiuno intermittente segue sempre le regole del bilancio energetico. Se nelle 8 ore della fase di alimentazione mangiamo più di quanto siano i nostri fabbisogni la tendenza a lungo termine sarà comunque quella di ingrassare.

Quindi, se l’obiettivo è quello di dimagrire bisogna strutturare un tipo di alimentazione ipocalorica ossia al di sotto del proprio fabbisogno energetico.

Naturalmente il periodo di alimentazione dovrebbe seguire sempre le buone regole di una sana corretta alimentazione. Questo consente di applicare lo schema del digiuno intermittente mantenendo una corretta alimentazione e non incorrendo in deficit nutrizionali. 

Quali sono i benefici sulla salute?

Molti degli studi scientifici hanno mostrato grandi benefici per la salute quando il digiuno intermittente è abbinato ad una restrizione calorica. Ad esempio digiuni molto prolungati stimolano processi di autofagia, ossia la capacità di indurre il nostro corpo a eliminare o riparare le cellule danneggiate. 

Inoltre, studi preclinici e clinici hanno mostrato che il digiuno intermittente ha un ampio spettro di benefici per molte condizioni di salute, come:

  • obesità
  • diabete mellito 
  • malattie cardiovascolari
  • tumori e disturbi neurologici. 

Grazie al digiuno intermittente sembrerebbe esserci un abbassamento dei livelli di insulina, maggiore lipolisi ed una diminuzione dell’infiammazione sistemica. Oltre a ciò si aggiungono cambiamenti del profilo ormonale come aumento di concentrazione di catecolamine, glucagone, ormone della crescita. 

Quali sono le principali problematiche del digiuno intermittente?

Le fasi di digiuno non sono ben gestite da tutti, per cui sarebbe bene, prima di iniziare, avere il consulto di un professionista. Il fai da te, ancor di più in questo caso, non è assolutamente consigliabile soprattutto in casi di soggetti con disturbi o problematiche di salute.  

Seguire un digiuno per molte ore può essere un fattore stressante per l’organismo e non tutti riescono ad adattarsi bene. L’adattamento deve essere fisico ma anche psicologico; periodi lunghi di astinenza dal mangiare possono portare a frustrazione e non vivere in modo piacevole il percorso. 

Tipologie di alimentazione come il digiuno intermittente possono indurre a mangiare molto meno del previsto o paradossalmente molto di più. In entrambi i casi si avranno dei risultati ben lontani da quanto si vorrebbe. Fare molte ore di digiuno, se non tollerate adeguatamente, può portare alla fase di alimentazione con troppa fame e così a mangiare più del necessario. 

Stabilire il fabbisogno energetico è un aspetto cruciale poiché ognuno di noi ha delle esigenze personali in base a diversi fattori. 

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12 Ottobre 2022

In questi ultimi anni molte figure professionali si sono sviluppate intorno al mondo della nutrizione. Così , a volte, non è semplice capire quale professionista sia più adatto alle proprie esigenze. Vediamo insieme quali sono le diverse caratteristiche di ogni figura professionale.

Chi è il Biologo Nutrizionista

Il solo termine Nutrizionista non identifica un’unica figura professionale, è invece un termine generico che indica chi si occupa di alimentazione e dietetica. Non è necessario che il nutrizionista sia necessariamente un medico, per maggiore chiarezza si dovrebbe sempre  associare un titolo di studio. 

Il biologo nutrizionista ad esempio  è un professionista laureato (5 anni) che possiede l’abilitazione alla professione di biologo ed è iscritto all’Ordine Nazionale dei Biologi

Secondo il parere del Consiglio Superiore della Sanità il biologo può autonomamente elaborare profili nutrizionali al fine di proporre alla persona che ne fa richiesta un miglioramento del proprio “benessere”. 

Il biologo nutrizionista può così elaborare diete destinate sia a soggetti sani sia a soggetti cui è stata diagnosticata dal medico una patologia. 

Quando andare dal biologo nutrizionista

Nel caso in cui vi siano delle patologie diagnosticate dal medico e si necessiti di un piano alimentare adeguato, il biologo nutrizionista può elaborare un alimentazione adeguata. Vediamo insieme quali sono alcune delle patologie più comuni per le quali è richiesto un intervento del biologo nutrizionista:  

  • Diabete, tipo 1 e 2,
  • Dislipidemie,
  • Sindrome metabolica,
  • Patologie gastrointestinali, 
  • Allergie e intolleranze alimentari,
  • Disturbi del comportamento alimentare,
  • Obesità.

Oltre a queste patologie ce ne sono altre ma anche situazioni in cui non è necessario una diagnosi per curare la propria alimentazione. 

Ad esempio donne in gravidanza o allattamento necessitano di specifici consigli ed attenzioni in un periodo della vita così bello e difficile al tempo stesso. Il periodo della menopausa può risultare altrettanto complicato da gestire.

Anche gli sportivi che siano professionisti o amatoriali necessitano spesso di  un’alimentazione adeguata ai propri fabbisogni. Infatti, il binomio corretta alimentazione e allenamento è fondamentale per migliorare la prestazione ed anche la composizione corporea. 

Tuttavia, non è strettamente necessario avere una condizione particolare per richiedere la consulenza di un biologo nutrizionista. La scienza della nutrizione umana è una branca del settore sanitario relativamente “giovane” e non tutti conoscono le linee guida di una corretta e sana alimentazione. Così, si può richiedere l’intervento di un biologo nutrizionista per migliorare la propria alimentazione e adattarla al proprio stile di vita. 

Cos’altro può fare il biologo nutrizionista?

Il biologo nutrizionista può eseguire esami come l’impedenziometria e la plicometria. Con la plicometria si valuta la quantità di grasso sottocutaneo, con l’impedenziometria si valuta lo stato di idratazione e si ha una stima della composizione corporea. Può misurare peso ,altezza e calcolare l’Indice di massa corporea (IMC)

Tra le altre cose che può fare un biologo nutrizionista vi sono l’elaborazione di piani alimentari per la ristorazione collettiva, come mense scolastiche, ospedaliere ecc. Oltre a questo può dare indicazioni sull’utilizzo di integratori, supplementi alimentari o altri prodotti dietetici di libera vendita

Il biologo nutrizionista non può, invece, fare diagnosi e prescrivere terapia farmacologica o analisi del sangue. Queste competenze spettano solo e soltanto al medico. 

Quale altri professionisti esistono

Il biologo nutrizionista non è ovviamente l’unico professionista che può occuparsi di alimentazione. Il medico nutrizionista o dietologo può, ovviamente, elaborare piani alimentari ma può anche prescrivere terapie farmacologiche, esami del sangue o strumentali, utili alla valutazione clinica. 

Infine esiste il dietista, professione sanitaria con laurea triennale in dietistica. Il dietista si occupa dell’elaborazione e del monitoraggio delle diete, destinate a sportivi, persone sane oppure con malattie, là dove la terapia medica prevede la necessità di un intervento dietetico. Il dietista non può elaborare piani alimentari in autonomia ma solo in seguito ad una prescrizione di un medico, necessitando sempre di una sua supervisione. 

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6 Ottobre 2022

Il vegetarianismo, la pratica di astenersi dal mangiare carne, ha una storia documentata che risale all’antica Grecia. 

Attualmente, la scelta di seguire una dieta vegetariana e vegana è sempre più comune nella popolazione italiana e mondiale. Secondo il Rapporto Italia dell’Eurispes di quest’anno il 6,7% della popolazione segue una dieta vegetariana o vegana. Circa il 5,4% del campione intervistato è vegetariano, mentre l’1,3% vegano. 

Ma in cosa consistono questi regimi alimentari ? E’ salutare seguire una dieta vegetariana o vegana ? C’è il rischio di carenze nutrizionali ? Vediamone insieme le principali caratteristiche. 

Dieta Vegetariana e Vegana, i diversi modelli alimentari

E’ importante fare chiarezza sui differenti modelli alimentare di dieta che escludono o meno alcune categorie alimentare di derivazione animale. 

Il latto-ovo vegetarianesimo:

La dieta latto-ovo vegetariana è un modello alimentare in cui  sono esclusi la carne, i suoi derivati e qualsiasi specie animale acquatica commestibile. 

In questo regime alimentare sono invece inclusi: il latte, i suoi derivati (latticini e formaggi) e le uova, oltre ovviamente tutti gli altri alimenti di origine vegetale.

Il latto vegetarianesimo:

La dieta latto-vegetariana oltre che escludere tutti gli alimenti della dieta latto-ovo vegetariana (carne, pesce) rifiuta anche le uova, considerate potenzialmente dei futuri animali.

Il veganesimo:

Questo modello alimentare esclude invece qualsiasi prodotto di origine animale: carne, pesce, latte, uova e loro derivati. Anche il miele viene considerato un alimento prodotto da animali e quindi non può essere introdotto. 

E’ un modello alimentare più restrittivo per cui se non vengono adottate alcune accortezze può portare a delle carenze nutrizionali importanti. 

Sia per un’alimentazione vegana che vegetariana è consigliabile rivolgersi ad un medico o nutrizionista che imposti una dieta bilanciata ed adeguata ai propri fabbisogni. 

Flexitarian:

E’ Neologismo inglese, composto da flexible (‘flessibile’) e vegetarian (‘vegetariano’), indica un’alimentazione prevalentemente vegetale ma più flessibile. Si segue un modello di alimentazione di tipo vegetariano, senza rinunciare ad alimentarsi sporadicamente di proteine animali. 

Ci sono vantaggi nel seguire una dieta vegetariana?

Molti studi si stanno ancora svolgendo a riguardo, sembra però che ci siano degli evidenti benefici rispetto ad alcune patologie. Ad esempio, chi segue una dieta vegetariana o vegana, adeguatamente bilanciata, avrebbe un ridotto rischio di ammalarsi di:

  • diabete tipo 2, 
  • obesità, 
  • ipertensione, 
  • cardiopatia ischemica,
  • alcune forme tumorali. 

Probabilmente queste caratteristiche derivano dall’ottimo apporto di fibre e fitocomposti che determinano una riduzione dei livelli di colesterolo nel sangue ed un miglior controllo del carico glicemico dopo un pasto.

I benefici derivano anche da un minor consumo di sale e zucchero. 

Invece, le raccomandazioni del fondo per la ricerca contro il cancro invitano soltanto a ridurre il consumo di carni rosse e conservate e alimenti lavorati. Non sembra essere necessario eliminare del tutto queste categorie alimentari. E’ , invece, molto importante aumentare l’apporto di verdura, frutta, semi , legumi e cerali. 

Oltre a tutto ciò in un’alimentazione sana ed equilibrata è molto importante utilizzare le quantità adeguate ai propri fabbisogni

Cosa monitorare in un’alimentazione vegetariana o vegana?

Se strutturata in maniera adeguata la dieta vegetariana e vegana non comporta rischi per la salute. Ci sono comunque alcuni componenti della dieta ai quali è necessario fare particolare attenzione, vediamo quali sono.

Vitamina B-12

La vitamina B-12 è una vitamina importante per il funzionamento del sistema nervoso e del fegato. Si trova principalmente in alimenti di origine animale, una dieta strettamente vegetariana o vegana può determinare una carenza. Alcuni tipi di alghe contengono la vitamina B-12, però non risulta facilmente assimilabile da questi alimenti, inoltre le quantità presenti sono insufficienti a soddisfare i fabbisogni previsti. Per cui se non si mangiano uova, latte e suoi derivati è bene valutare con il proprio medico o nutrizionista un’eventuale integrazione di vitamina B-12. 

Fabbisogno Proteico

In questo tipo di regime alimentare è bene stimare il proprio fabbisogno proteico, valutando  stile di vita e necessità individuali. L’aiuto di un professionista, come un nutrizionista o un dietologo, può semplificare e chiarire eventuali dubbi riguardo a quantità e tipologia di alimenti. 

L’apporto proteico è uno dei punti a cui fare più attenzione perché le proteine svolgono diverse attività essenziali nel nostro organismo: 

  • costituiscono i tessuti del corpo, in particolare i muscoli,
  • partecipano alla formazione degli ormoni e degli enzimi,
  • forniscono energia , anche se in misura inferiore a grassi e carboidrati. 

Le proteine di origine vegetale provengono principalmente da legumi (fagioli, piselli, lenticchie, fave, ceci , soia) , cereali e derivati ( pane, avena, farro, orzo, grano saraceno, pasta). 

Le proteine di origine vegetale sono meno biodisponibili in confronto a quelle animali. A parità di quantità, l’organismo riesce a ricavare meno aminoacidi dagli alimenti vegetali rispetto a quelli animali. Inoltre le proteine di origine vegetale hanno un valore biologico inferiore rispetto a quelle animali, mancano alcuni amminoacidi essenziali. 

Per rendere completi i pasti dal punto di vista proteico è consigliabile unire diverse alimenti vegetali ricchi di proteine ( legumi, cereali e semi). Oltre a ciò, data la minor assimilazione delle proteine vegetali bisognerebbe aumentare l’apporto di circa il 5-10% per soddisfare i fabbisogni. 

Minerali e Dieta Vegetariana e Vegana

Ferro

Il ferro è un minerale e micronutriente fondamentale per l’ossigenazione del nostro organismo. 

Il ferro derivante da alimenti vegetali è meno assimilabile dal nostro corpo rispetto a quello di una dieta onnivora. Questo avviene a causa di alcune molecole presenti in questi alimenti che ingabbiano il ferro e ne limitano l’assorbimento. 

Così in una dieta vegetariana o vegana è importante aumentare l’apporto di ferro. Inoltre alcuni accorgimenti migliorano l’assorbimento del ferro presente nei vegetali, ad esempio:

  • Abbinare alimenti con ferro vegetale a quelli con vitamina C tipo succo di limone, kiwi, agrumi, peperoni o pomodori crudi)
  • Macinazione, ammollo e germinazione di legumi e cereali permettono la diminuzione di composti che ne limitano l’assimilazione. 

Calcio

Il calcio è un minerale fondamentale per il funzionamento delle cellule, per la formazione ed il mantenimento delle ossa e dei denti. 

Le principali fonti  vegetali di calcio sono i legumi, prodotti derivati dalla soia, alcuni vegetali a foglia larga , la frutta secca ed i semi oleosi. Purtroppo anche questi alimenti hanno un assorbimento limitato del minerale a causa di composti come gli ossalati ed i fitati. 

I soggetti più a rischio di carenza sono quelli che seguono una dieta vegetariana più restrittiva, con l’esclusione di latte e derivati.

Per prevenire carenze bisognerebbe aumentare il consumo di alimenti con elevata quantità di calcio (verdure a basso contenuto di ossalati e fitati, soia e derivati). Se ciò non dovesse bastare esistono prodotti fortificati di questo minerale. Infine, anche l’acqua è un’importante fonte di calcio che contribuisce a soddisfare i fabbisogni giornalieri, circa 800 mg/die per l’adulto.

Bisogno di modificare la vostra alimentazione senza rinunciare al piacere del cibo? seguite il mio blog!


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4 Agosto 2022

La gravidanza (detta anche gestazione) è una condizione della donna nel periodo che va dall’inizio del concepimento al parto. E’ una fase delicata con un cambiamento fisiologico, ormonale ed estetico del corpo della donna in cui è utile il supporto di diversi professionisti sanitari. 

La durata della gravidanza si calcola a partire dalla data dell’ultima mestruazione, per cui è importante conoscere questa data. 

La gravidanza a termine è quella in cui il parto avviene tra le 37 e le 41 settimane, la gravidanza pretermine (o parto prematuro) in cui il parto avviene prima delle 37 settimane e gravidanza protratta (oltre il termine) quando il parto avviene a 42 settimane o oltre.

L’alimentazione in gravidanza è uno degli elementi in grado di influenzare il benessere del nascituro e della mamma. 

Alimentazione in Gravidanza: quanto mangiare?

Una volta si diceva che durante la gravidanza bisognasse mangiare come per due persone. Adesso questo detto è superato e le linee guida scientifiche ci danno indicazioni più accurate. Mangiare per due ed aumentare troppo di peso è pericoloso , si possono creare problemi sia durante la gestazione che al parto. 

Durante la gravidanza è normale che il peso aumenti, si formano utero, placenta si sviluppa il feto, vi è la formazione del liquido amniotico e delle membrane.

Così i tessuti iniziano a trattenere più liquidi e ad aumentare la percentuale di massa grassa, tutto questo determina un aumento di peso.

  • Il peso dovrebbe aumentare in un intervallo compreso tra i 9-12 kg se si è in una condizione di normopeso. 
  • Per chi inizia la gravidanza sottopeso (IMC inferiore a 18,5) le necessità energetiche sono maggiori e l’aumento di peso auspicabile è fra i 12,5 e i 18 kg
  • Mentre per chi è in una situazione di sovrappeso (IMC superiore a 25), è auspicabile contenere l’aumento fra i 7 e gli 11 kg.

Fabbisogno energetico in gravidanza:

Il fabbisogno energetico va stimato individualmente valutando l’indice di massa corporeo (IMC) prima della gravidanza. In una condizione di normopeso, il fabbisogno energetica varia in base al trimestre:

  1. Primo trimestre di gravidanza l’aumento ponderale della mamma è di circa 1 kg in seguito alla crescita dell’utero e del volume del sangue. In questa fase non è necessario un apporto energetico incrementato. 
  2. Nel secondo trimestre invece l’accrescimento del feto e dei tessuti materni richiede un adeguamento al rialzo dei fabbisogni energetici. I LARN (Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana) indicano un aumento di circa 350 kcal al giorno. L’aumento permette un normale sviluppo del bambino ed evita di far utilizzare le riserve materne.
  1. Nel terzo trimestre vi è un’ulteriore crescita del feto e della placenta così il fabbisogno calorico aumenta di circa 460 kcal al giorno. Vi può essere un aumento di peso di circa 1/2 kg a settimana.

Infine, durante la gravidanza aumenta il fabbisogno il fabbisogno di proteine (6 g/die), mentre è pressoché invariato quello di carboidrati e di grassi.

Cosa Mangiare in Gravidanza?

E’ importante prestare attenzione a ciò che si mangia sin dai primi giorni o possibilmente anche in fase di concepimento. Non è necessario stravolgere le proprie abitudini ma è bene seguire un normale regime alimentare, impostato su una dieta semplice, varia, equilibrata, con il giusto quantitativo e tipo di grassi. 

Ci sono alcuni accorgimenti semplici e generici che possono essere una solida base, vediamoli:

  • Variare le proprie scelte alimentari, in questo modo si garantisce che tutti i nutrienti siano assunti ed assimilati; 
  • Non assumere bevande alcoliche;
  • Limitare le bevande nervine come caffè e tè. In alternativa vanno bene prodotti senza caffeina e teina;
  • Diminuire il consumo di zuccheri semplici, prediligendo carboidrati complessi come riso, cereali , pasta e pane in quantità adeguate ai propri fabbisogni;
  • Evitare pasti eccessivamente abbondanti, cibi troppo elaborati, fritti e grassi con alta frequenza. Una dieta troppo ricca di carboidrati (zuccheri, pane, pasta etc.) può favorire, in soggetti già predisposti, l’insorgenza del diabete;
  • Consumare frutta e verdura di stagione ben lavata o cotta.

Vitamine, sali minerali ed acidi grassi

Durante la gravidanza è necessario il giusto apporto di vitamine (A, D, C, B6) e sali minerali (calcio, ferro, fosforo).

 Tra le vitamine indispensabili, inoltre, c’è l’acido folico o vitamina B9:

L’acido folico dovrebbe essere integrato a partire da un mese prima della gravidanza fino al termine del primo trimestre.  Un basso livello di folati nella madre può influenzare negativamente lo sviluppo del tubo neurale nel feto (es. spina bifida). L’incremento dell’apporto di acido folico in gravidanza deve raggiungere i 400 microgrammi al giorno. Per chi segue invece un regime alimentare vegetariano o vegano è importante l’ulteriore integrazione con vitamina B12

Per i minerali, invece, un occhio di riguardo per i fabbisogni di calcio e ferro. I fabbisogni di calcio aumentano notevolmente in gravidanza, quelli di ferro quasi raddoppiano. Se la quantità di calcio necessaria per lo sviluppo del feto non è sufficiente, saranno le ossa materne a privarsene, decalcificandosi.

Anche gli acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi a lunga catena ( come ad esempio gli omega-3, presenti nel pesce azzurro ) sono molto importanti. Ricoprono un ruolo molto importante nello sviluppo del sistema nervoso centrale del feto, in particolare per le strutture del cervello e della retina. 

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5 Luglio 2022

In questi anni di attività da nutrizionista ho notato come tra le richieste più diffuse vi sia quella del mantenimento del peso ideale.  Mi capita spesso di incontrare persone che dopo aver seguito un percorso dimagrante riprendono parte o tutti i chili persi con la dieta. Tutto ciò è frustrante e poco sano, l’insuccesso fa diminuire l’autostima e la possibilità di risolvere il problema definitivamente. 

La bilancia è uno strumento che misura il peso di una persona, un dato parziale, che non da ulteriori elementi per capire cosa stia succedendo al corpo. Prima di farsi influenzare l’umore da ciò che leggiamo sulla bilancia, sarebbe bene considerare altri fattori ed il contesto generale in cui avviene la misurazione.  Così,  non è affatto semplice individuare il peso ideale e dei criteri, validi per tutti, per poterlo raggiungere e mantenere. 

Esiste il Peso Ideale?

Il peso che leggiamo sulla bilancia è un insieme di componenti del nostro corpo che dipendono da diversi fattori personali e soggettivi. Quindi, il primo errore sta proprio nell’andare a identificare in un numero un concetto ben più ampio. Il peso è la variabile più semplice da misurare ma non dà informazioni sulla composizione corporea che spiega, invece, molto meglio le relazioni tra peso e salute. 

Ovviamente, l’analisi accurata della composizione corporea richiede strumenti e test che solo un nutrizionista o un medico possono determinare e saper leggere. Esistono diverse analisi e metodi per la valutazione della composizione corporea, vediamone alcuni : 

  • DEXA o assorbimetria a raggi X  a doppia energia : attualmente il miglior modo per valutare la composizione corporea anche se l’apparecchiatura è costosa e poco disponibile in ambito clinico, 
  • Plicometria : attraverso il plicometro si rileva lo spessore di grasso sottocutaneo misurando pliche cutanee in determinate zone del corpo, 
  •  Bioimpedenziometria (BIA) : Metodo rapido, non invasivo per la determinazione della composizione corporea a partire dallo stato di idratazione,
  • Adipometria: metodica ecografica che consente la misura dello spessore del tessuto adiposo sottocutaneo. 

Ci sono poi metodiche più semplici ed alla portata di tutti per una valutazione meno specifica: 

  • Circonferenza vita: indice utile per capire la distribuzione e la quantità di grasso viscerale, fattore di rischio per patologie croniche, 
  • Indice di massa corporea (IMC): per stabilire se il proprio peso rientri nella normalità. 

Indice di Massa Corporeo e Peso Ideale

L’indice di massa corporeo è ciò che si avvicina di più alla stima di un peso ideale.  Questo indice mostra diversi intervalli in cui ci si può ritrovare in base al proprio peso ed altezza. Infatti, l’indice di massa corporeo viene definito come il rapporto tra il peso e l’altezza in metri al quadrato: 

IMC (indice di massa corporeo) = Peso in Kg / Altezza in metri al ²

In base al risultato l’indice di massa corporeo si colloca in diversi intervalli:

        17-18,4 kg/m² Sottopeso
        18,5-24,9 kg/m² Normopeso
        24,9-29.9 kg/m²  Sovrappeso
        30-39.9 kg/m² Obesità
      >40 kg/m² Obesità grave
Tabella; Indice di Massa Corporeo

Ad esempio una donna di 62 kg alta 1,65 m ha un indice di massa corporeo di 22,8 kg/m².

Come si vede dalla tabella gli intervalli di riferimento per l’indice di massa corporeo sono ampi. Così, ci sono diversi pesi che in rapporto alla propria altezza possono indicare un peso adeguato e normale. Per questo, il peso ideale inteso come una cifra che non si contestualizzi e muti nell’arco del tempo è difficile da stabilire.

L’indice di massa corporeo ha la facilità di utilizzare parametri semplici da ottenere come peso ed altezza, ma ha lo svantaggio di non dare informazioni riguardo la quantità e distribuzione di massa grassa.  Ad esempio, è possibile che un soggetto molto sportivo, a parità di peso ed altezza, rispetto ad un soggetto sedentario abbia lo stesso peso.

Solo valutando la composizione corporea si scopre che, il soggetto sportivo ha più massa muscolare e meno massa grassa di quello sedentario. E’ chiaro come avere più massa muscolare e meno massa grassa ,anche se a parità di peso, sia sicuramente meglio per la salute. 

Bilancio energetico, mantenimento del Peso Ideale e del Normopeso

In conclusione, raggiungere e mantenere un unico peso ideale può essere un obiettivo fuorviante e poco chiaro. Se si vuole avere un’idea precisa della propria composizione corporea affidarsi ad un nutrizionista o un medico che svolga i test e le misure adeguate è la cosa migliore. Altrimenti, per una valutazione più generica l’indice di massa corporeo e le circonferenze  possono essere sufficienti. 

La regolazione del peso corporeo è un insieme di variabili fisiologiche, metaboliche, ambientali, comportamentali e genetiche, che controllano quanta energia assumiamo e quanto ne spendiamo. 

La composizione corporea ed il peso sono il risultato tra quanta energia entra e quanta ne esce.

Se si introduce più di quanta se ne consuma, l’eccesso viene depositato sotto forma di grasso, con aumento del peso. Se introduciamo meno energia di quanta se ne consuma, il corpo utilizza le proprie riserve per far fronte alle richieste ed il peso e la massa grassa diminuiscono.  

Non è semplice fare una stima del proprio dispendio e fabbisogno energetico, ci sono molte variabili da considerare. Però la propria esperienza, uno stile di vita attivo e la lettura delle linee guida di una corretta e sana alimentazione possono già fare tanto. 

In caso di sovrappeso, obesità o sottopeso è importante consultare un medico o un nutrizionista per esaminare le condizioni cliniche ed avere gli opportuni suggerimenti. 

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28 Giugno 2022

L’intolleranza al lattosio è un disturbo gastrointestinale che non permette di digerire correttamente il lattosio, ossia lo zucchero contenuto nel latte di quasi tutti i mammiferi. La mancata digestione di questo zucchero, è dovuta alla mancanza di un enzima digestivo chiamato per l’appunto lattasi. Si stima che questo disturbo riguardi circa il 40% degli italiani, può essere di origine genetica, e dunque comparire già dall’infanzia, oppure manifestarsi in età adulta.

La produzione dell’enzima lattasi negli esseri umani cambia nel corso del tempo. Solitamente l’enzima inizia ad essere prodotto meno i 2-3 anni, riducendosi a livelli bassi intorno agli 8-10 anni.                            

L’intolleranza alimentare è definita come una reazione avversa ad un determinato alimento che l’organismo non è in grado di metabolizzare ed assorbire adeguatamente. 

La condizione, chiamata anche malassorbimento di lattosio, è solitamente innocua, ma i suoi sintomi possono essere molto fastidiosi.  Gli adulti , solitamente, sviluppano sintomi solo dopo aver consumato 250-375 millilitri di latte. Alcuni soggetti riconoscono in epoca precoce che il latte e altri prodotti caseari causano disturbi gastrointestinali e, consciamente o inconsciamente, evitano tali alimenti. 

Che cos’è il Lattosio e dove si trova

Il lattosio è uno zucchero semplice, un disaccaride, ossia un composto chimico organico composto da due zuccheri semplici (monosaccaridi), il glucosio e il galattosio.

Come indica il nome, il lattosio si trova principalmente in alimenti come latte, sia esso di mucca, capra o altri animali e suoi derivati. Il lattosio rappresenta la quasi totalità degli zuccheri presenti nel latte, circa il 98%. 

Oltre che nel latte questo zucchero si trova quindi in latticini quali yogurt, formaggi freschi e stagionati, panna e burro, margarina.

Attenzione! Spesso il lattosio viene utilizzato anche come additivo alimentare o ingrediente di preparazioni, può capitare di trovarlo “nascosto” in alimenti insospettabili, come:

  • Carne conservata come salumi, prosciutto cotto ed hamburger (viene utilizzato latte per amalgamare la carne e rendere l’impasto morbido);
  • Prodotti da forno (pane, pizza, torte, biscotti), il latte è spesso utilizzato come ingrediente oppure come addensante, dolcificante o agente di carica;
  • Dessert e gelati;
  • Cioccolato e creme spalmabili;
  • Ripieni di alimenti confezionati;
  • Pasta ripiena preparata con ricotta o altri latticini;
  • Salse e sughi in scatola

Questi sono i principali, ma potrebbe essere presente anche in altri alimenti insospettabili. Per questo, in caso di intolleranza al lattosio è importante controllare bene l’etichetta dei prodotti che si acquistano.

Intolleranza al Lattosio : Cause e Sintomi

La lattasi è un enzima molto importante specialmente nella prima fase di vita di lattanti e mammiferi. Se questo zucchero non viene digerito ed assorbito bene, richiama acqua nell’intestino e ne provoca la sua distensione. Poi, giunto al colon il lattosio viene fermentato dai batteri del tratto intestinale e trasformato in metaboliti secondari e gas. 

I sintomi più frequenti associati a questo tipo di intolleranza alimentare sono: meteorismo , dolori addominali, diarrea e sensazione di pesantezza dello stomaco.  

Come si sviluppa la carenza di Lattasi?

Carenza lattasi Primaria

Questo tipo di carenza si sviluppa precocemente, intorno ai due anni, molti bambini con deficienza di lattasi non mostrano sintomi fino all’adolescenza o all’età adulta.  Quanto l’attività della lattasi diminuisca dipende da fattori genetici e varia da persona a persona. 

Carenza lattasi Secondaria

La carenza di lattasi secondaria è la conseguenza di un danno della mucosa intestinale in seguito alla presenza di patologie intestinali acute o croniche. Ad esempio la presenza di gravi infezioni intestinali, enteriti, celiachia, morbo di Crohn o linfomi può determinare una carenza di lattasi. Di solito si risolve con la guarigione della patologia, poiché risanando la mucosa intestinale gli enzimi vengono riprodotti.  Questa condizione si verifica più frequentemente durante l’età infantile. 

Anche la celiachia può indurre una deficienza di lattasi in seguito ai danni che provoca nel tratto intestinale. La lattasi si trova proprio sulla sommità dei villi intestinali, la celiachia determina un processo infiammatorio che distrugge proprio i villi intestinali. In questo modo si riducono i livelli di lattasi e si presentano i classici sintomi da intolleranza.

Carenza Congenita di lattasi

La carenza “congenita” di lattasi è rara ma può essere molto grave se non si interviene subito. Il neonato nutrito con il latte materno non riesce a digerire ed assimilare. 

Solitamente se permane il 50 % della lattasi non si hanno particolari problemi nella digestione del lattosio. Anche soggetti intolleranti al lattosio sono in grado di digerire piccole quantità di lattosio: circa 15 gr in soggetti con intolleranza primaria ed anche qualche grammo in più se il cibo contenente lattosio è accompagnato da altri alimenti. Quantità superiori ai 50 gr, invece, sono spesso responsabili di disturbi nella maggior parte dei soggetti intolleranti. 

Intolleranza al Lattosio: Diagnosi e Test

Sebbene i sintomi prodotti dal malassorbimento di lattosio siano importanti ed indicativi, non sono sufficienti a determinare una vera e propria diagnosi. E’ necessario fare dei test medici che confermino che il malassorbimento sia dovuto ad una mancanza di enzima.

Quale test fare?

Breath Test

Il test del respiro o breath test è un esame diagnostico che si effettua mediante l’analisi di campioni di aria espirata. Il test consiste in una raccolta di campioni di aria espirata, prima e dopo l’ingestione di uno specifico zucchero sciolto in acqua, in un sacchetto di plastica a intervalli regolari. L’esame può durare da due a quattro ore. 

Per non avere dei test falsi positivi ci sono alcune indicazioni importanti come: non aver assunto probiotici e lassativi nei giorni precedenti l’esame ed essere a digiuno da circa 12 ore. 

Test Genetico per intolleranza al Lattosio

Con il test genetico si riesce invece a rilevare se siano presenti delle specifiche mutazioni nel dna che determinano minor produzione di lattasi. Il test si svolge eseguendo un tampone buccale e consente di verificare che tipo di carenza si abbia.

Intolleranza al Lattosio: Cosa mangiare?

E’ molto importante accertare che sia presente un’intolleranza al lattosio prima di escludere alcune categorie alimentari dalla propria dieta. In seguito all’accertamento, consultando un nutrizionista si potrà avere un consulto su come gestire al meglio la propria alimentazione senza lattosio.

La dieta corretta per chi soffre di intolleranza al lattosio è, ovviamente, un’alimentazione che diminuisca i problemi legati al malassorbimento. Per diminuire i disturbi è necessario ridurre fortemente la quota di lattosio introdotta con la dieta. Ormai esistono in commercio tantissimi prodotti, soprattutto latte e derivati, che sono senza lattosio ma che mantengono le altre proprietà alimentari. 

Inoltre, numerosi studi mostrano come anche che chi ha una ridotta attività della lattasi possa gestire e assumere piccole quantità di lattosio:

Le quantità assimilabili sono circa 12 gr di lattosio per pasto, corrispondenti a 250 ml di latte oppure 24 gr in un giorno distribuiti in più pasti. 

Per chi invece ha un’intolleranza primaria è consigliabile evitare quasi totalmente il lattosio dalla propria alimentazione. 

Conclusione

3 piccoli consigli pratici per gestire l’intolleranza al lattosio nella quotidianità:

  1. Ridurre la quota di lattosio fino alla quantità che produce i primi sintomi per capire qual è la quota di zucchero tollerata. 
  2. Distribuire nell’arco della giornata, in differenti pasti, quantità piccole di lattosio per assimilare meglio.
  3. Utilizzare delle preparazioni , presenti in commercio, che contengono  lattasi ed aiutano a digerire al momento del bisogno. 

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15 Giugno 2022

Il Nichel (il cui simbolo chimico è Ni) è un componente naturale della superficie della Terra (crosta terrestre). In passato era chiamato dai minatori “rame del diavolo” o “rame bianco” poiché ritenuto di poco valore rispetto al rame.

Il Nichel è un metallo presente in diversi minerali, nei suoli (compresi i fondali dell’oceano) e tra i componenti delle emissioni vulcaniche. In gran parte, è utilizzato nell’industria per la produzione di acciaio inox dal quale ne derivano apparecchiature varie.

Infatti, molti oggetti che si utilizzano nella quotidianità contengono Nichel,  come ad esempio : gioielli, cinturini per orologi, chiusure per indumenti (cerniere, bottoni automatici), fibbie per cinture, monete, telefono cellulare, chiavi, Laptop o tablet per computer e sigarette elettroniche. Alcune persone estremamente sensibili possono avere delle reazioni allergiche scatenate anche da cibi contenenti nichel.

Allergia al Nichel: cause, sintomi, diagnosi

L’esposizione della popolazione al Nichel avviene principalmente attraverso: 

  • ingestioni di alimenti, 
  • acqua potabile, 
  • contatto diretto della pelle con oggetti in metallo contenenti nichel, 
  • inalazione di aria contaminata o attraverso il fumo (attivo e passivo) di tabacco.

L’allergia al Nichel è una delle più difficili da combattere o controllare, poiché questo metallo anche se in quantità ridotte è presente quasi ovunque. La risposta immunitaria scatenata dal Nichel è molto importante e di solito si manifesta sotto forma di Dermatite Allergica da Contatto (DAC). Le donne sono più colpite degli uomini, con una prevalenza che può arrivare oltre il 30%.

Quali sono i segni ed i sintomi dell’allergia al Nichel ?

  • eruzione cutanea o protuberanze sulla pelle,
  • prurito,
  • arrossamento o alterazioni del colore della pelle,
  • macchie di pelle secca che possono assomigliare a un’ustione,
  • vesciche e liquido drenante nei casi più gravi.

Purtroppo la causa esatta dell’allergia al Nichel ancora non è ben nota. Come altre allergie, l’allergia al Nichel si sviluppa quando il sistema immunitario riconosce il Nichel come sostanza dannosa.

Una volta che l’organismo ha sviluppato una reazione ad un particolare agente (allergene) – in questo caso, il Nichel – il sistema immunitario sarà sempre sensibile ad esso

Diagnosi

Il medico di solito può diagnosticare un’allergia al Nichel in base all’aspetto della pelle ed a una recente esposizione a oggetti che potrebbero contenere nichel.

Se la causa dell’eruzione cutanea non è evidente, tuttavia, il medico può raccomandare un patch test (test di allergia per ipersensibilità da contatto). Durante un patch test, quantità molto piccole di potenziali allergeni vengono applicate sulla pelle e coperte con piccoli cerotti. Se è presente l’allergia al Nichel, la pelle sotto il cerotto si infiamma una volta rimosso. 

Allergia al Nichel ed Alimentazione

Seppur sia un metallo, il Nichel, è presente anche nell’organismo umano dove svolge diversi ruoli importanti. In particolar modo, questo metallo agevola lo svolgimento di reazioni biochimiche che regolano il metabolismo di ormoni, grassi e zuccheri. La quantità di Nichel presente nel corpo è di circa 1 grammo e si trova soprattutto in ossa, pancreas e saliva.

Il fabbisogno giornaliero di Nichel del corpo umano è di 100 mircrogrammi ed è completamente coperto dall’alimentazione. 

Tra i falsi miti legati all’allergia al Nichel vi è quello che faccia ingrassare, nulla di più sbagliato. L’allergia al Nichel non determina un aumento della massa grassa, può invece generare evidenti gonfiori che cessano in seguito alla risoluzione del problema. 

Il cibo è considerato una delle principali fonti di esposizione al Nichel per la popolazione generale. Infatti, il Nichel, oltre ad essere presente in prodotti cosmetici, di bellezza ed igiene personale è presente anche in alcuni alimenti, soprattutto di origine vegetale. Nella dieta di un soggetto allergico può causare dermatiti.

Al momento, la lettura scientifica non dà indicazioni molto accurate riguardo questo tipo di allergia per alcune criticità. La mancata definizione di una soglia, pone incertezza su quale sia la dose minima di Nichel in grado di scatenare una risposta allergica.

L’altro problema è che il contenuto di Nichel negli alimenti di origine vegetale cambia in base a diversi fattori, come:

  • la quantità di Nichel presente nel suolo,
  • la parte della pianta che viene consumata,
  • la stagione di raccolta.

Tuttavia, si sa abbastanza bene quali siano gli alimenti che hanno un contenuto di Nichel più elevato. L’attenta selezione di cibi con una concentrazione di Nichel relativamente bassa può ridurre il rischio di reazioni allergiche in individui sensibili. 

Quali sono gli alimenti con maggiore contenuto di Nichel?

In caso di positività agli esami, si procede con l’eliminare dalla mangia per un periodo limitato gli alimenti con maggiore contenuto di Nichel. Il periodo di esclusione è variabile secondo la sensibilità del soggetto.  

Gli alimenti contenenti Nichel tra cui albicocche, cavoli, spinaci, arachidi, carote, pomodori, ostriche, fichi, cipolle, asparagi, lenticchie, farina di grano intero, fagioli, liquirizia, pere cotte e crude, funghi, mais, lattuga, piselli, mandorle, tè, aragosta, margarina, cacao e cioccolato, avocado, mirtilli, avena, grano saraceno, noci e nocciole, broccoli, patate, lievito in polvere, ma anche alimenti cotti o conservati in recipienti di metallo (ad eccezione dell’alluminio).

Altri fattori che possono incidere in misura rilevante sull’assunzione giornaliera del metallo tramite la dieta sono:

  • utilizzo di utensili, pentole e posate in leghe contenenti Nichel;
  • contatto prolungato di alimenti, specie se acidi, con le pareti di contenitori e pentole contenenti nichel;

Un’alta concentrazione di Nichel si trova talvolta negli alimenti trasformati. Si tratta di Nichel libero, prelevato dall’acciaio inossidabile utilizzato nella fabbricazione di attrezzature e contenitori.

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