Ludovico Palma, Author at Ludovico Palma Nutrizionista - Pagina 3 di 7

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10 Gennaio 2025

I calcoli della colecisti o cistifellea sono una patologia molto comune, che è presente nel 10-15% della popolazione con una prevalenza maggiore nelle donne intorno ai quarant’anni.

Una corretta alimentazione con i dovuti accorgimenti  può aiutare la gestione della patologia ed influenzare positivamente lo stato di salute. E’ bene che venga prima effettuata una corretta diagnosi dal medico e poi stabilita con lo stesso o con un nutrizionista una corretta nutrizione.

Cos’è ed a cosa serve la cistifellea?

La colecisti o cistifellea è un organo muscolare cavo a forma di pera che si trova sotto al fegato, sul lato destro dell’addome. La funzione di questo organo è quella di accumulare un liquido: la bile, prima che questa raggiunga l’intestino tenue. Questo liquido è prodotto dal fegato ed è utile nella digestione dei grassi ingeriti con l’alimentazione. La bile è una soluzione acquosa prodotta dal fegato e costituita principalmente da acqua (95%), elettroliti, lipidi (acidi biliari, colesterolo e fosfolipidi), proteine e bilirubina.

Quindi la cistifellea ha due funzioni principali: deposito della bile, fino a 40-70 ml, e sua modificazione. La sua composizione viene gradualmente modificata con l’assorbimento di acqua. L’emissione della bile da parte della cistifellea viene stimolata da un ormone che si chiama colecistochinina, immesso nel circolo duodenale quando arriva il chimo. Quest’ultimo è un liquido molto ricco di acqua ed è composto dai succhi gastrici, dal cibo digerito, dall’acido cloridrico e dagli enzimi digestivi. 

Malattie dovute ad alterato accumulo e secrezione di bile

Quando la bile diventa troppo concentrata ,  si formano cristalli minerali insolubili e sali chiamati calcoli biliari. Si manifesta dunque una colelitiasi che non rappresenta un problema fino a quando i calcoli rimangono di dimensioni tali da poter passare attraverso i dotti. Quando invece i calcoli ostruiscono i dotti e non vengono escreti si manifesta la sintomatologia dolorosa della colecistite. La cistifellea è gonfia e infiammata, possono svilupparsi infezioni e, se non viene rimosso il blocco, è necessario intervenire. 

I calcoli piccoli possono essere chimicamente distrutti tramite una sostanza, metil terz-butil etere, che se introdotta nella cistifellea agisce in poche ore. Purtroppo, però, la colecisti tende a recidivare spesso. Così, poiché la rimozione della cistifellea non sembra avere alcuna ripercussione sulla salute generale e sui normali processi digestivi, spesso viene direttamente asportata. L’intervento viene effettuato con un laparoscopio introdotto attraverso un’incisione di dimensioni limitate. Un altro approccio terapeutico per il trattamento della colelitiasi prevede l’immersione del paziente in acqua e la frantumazione dei calcoli con ultrasuoni. 

Calcoli della cistifellea e Alimentazione : Fattori di rischio

Tra i principali fattori di rischio che possono causare colelitiasi vi sono:

  • Obesità e sovrappeso;
  • Dieta ricca di grassi e povera di fibra;
  • Diabete di tipo 2;
  • Stipsi;
  • Rapido dimagrimento con diete fortemente ipocaloriche. 

La sintomatologia invece può essere presente o meno, molti pazienti che soffrono di colelitiasi rimangono senza sintomi per tanti anni. In altri casi, invece, i calcoli possono causare sintomi o complicanze anche severe. 

Il sintomo più comune è quello della colica biliare, che spesso avviene dopo il pasto e provoca un dolore improvviso ed acuto nella parte destra dell’addome. Il dolore può avvenire sotto forma di fitte che durano pochi minuti o alcune ore. 

Altri sintomi possono anche essere: nausea e vomito, dolore alla schiena, febbre o brividi, pelle ed occhi gialli, diarrea. Per fare una diagnosi di colelitiasi è necessario fare un ecografia addominale.

Alimentazione e colelitiasi

Avere un’alimentazione equilibrata può diminuire il rischio di sviluppare calcoli o ridurre gli episodi di coliche biliari oltre che migliorare l’efficacia dei farmaci per il trattamento della patologia. 

E’ consigliabile avere un’alimentazione ricca di fibre, evitando eccesso di grassi e zuccheri, mantenere una buona idratazione bevendo un paio di litri di acqua al giorno. Inoltre, consumare dei pasti non troppo abbondanti migliora la motilità della cistifellea e riduce il rischio di accumulare colesterolo nella bile. Infine, preferire cotture semplici come la cottura a vapore, ai ferri, alla griglia o piastra, al forno o al cartoccio. 

Calcoli della cistifellea e Alimentazione: Quali cibi evitare?

Ci sono alcuni alimenti che possono avere un maggior riscontro negativo per i calcoli biliari, vediamo insieme i principali: 

  • Superalcolici e alcolici.
  • Condimenti grassi come burro, lardo, strutto, panna, margarine, etc.
  • Salse con panna, sughi molto cotti con abbondanti quantità di olio.
  • Brodo di carne, estratti per brodo, estratti di carne.
  • Insaccati ad alto contenuto di  grassi saturi come mortadella, salame, salsiccia, pancetta, zampone, etc.
  • Pesci grassi (es. anguilla, aringa, salmone, capitone, etc.), molluschi e crostacei.
  • Carni grasse, affumicate, marinate e salate. Selvaggina e frattaglie.
  • Latte intero.
  • Cibi tipici da fast food o junk food, in questi alimenti ci possono essere elevate concentrazioni di grassi trans , che se assunti in eccesso sono dannosi per la salute. 

Questo elenco rappresenta una panoramica generica di alimenti che deve essere modulata, insieme a tanti altri cibi e comportamenti, secondo le caratteristiche del paziente. E’ importante l’intervento di un professionista, che sia un medico o un nutrizionista, per creare un’alimentazione sana ed equilibrata secondo questi e tanti altri aspetti.

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4 Dicembre 2024

Le proteine sono uno dei tre principali macronutrienti dell’alimentazione, sono presenti in moltissimi cibi, molti dei quali vengono spesso poco considerati. E’ uno dei fattori a  cui si rivolge più attenzione, forse troppa, soprattutto in ambito sportivo e per la crescita di massa muscolare. Così, diventa molto importante sapere alcune caratteristiche e nozioni per gestire al meglio questo macronutriente. Ad esempio, è fondamentale considerare l’apporto energetico della quota proteica e di conseguenza il fabbisogno necessario rispetto all’obiettivo scelto, la propria condizione e le abitudini alimentari. 

Ci sono molte variabili che possono determinare quantità diverse da soggetto a soggetto, come: 

  • età, 
  • sesso, 
  • attività sportiva, 
  • composizione corporea,
  • stato di salute.

Per questo è importante affidarsi sempre ad un medico o ad un biologo nutrizionista. così da avere una dieta equilibrata considerando tutti questi aspetti.

Cosa sono le proteine?

Il termine proteine deriva dalla lingua greca e significa di “primaria importanza”. Dal punto di vista strutturale le proteine sono simili ai carboidrati ed ai lipidi poiché contengono atomi di carbonio, idrogeno ed ossigeno. Queste molecole, tuttavia, contengono anche l’azoto, lo zolfo ed occasionalmente fosforo, cobalto e ferro. Le proteine sono costituite da sequenze di aminoacidi, ossia l’unità costitutiva della proteina, che si uniscono tra loro particolari legami detti peptidici. Gli amminoacidi sono 20, siccome l’organismo non è in grado di sintetizzarne alcuni ( chiamati per questo essenziali) è necessario assumerli con l’alimentazione.

Una persona di adulta ha di solito dai 10 ai 12 kg di proteine con la maggiore quantità localizzata all’interno del muscolo scheletrico. L’organismo può sintetizzare circa 80000 tipi diversi di proteine, le singole cellule contengono migliaia di proteine differenti; alcune hanno una conformazione lineare altre tridimensionali. 

Le funzioni biochimiche e le proprietà di ogni proteina dipendono dalla sequenza specifica degli aminoacidi che la compongono.

Funzione delle proteine nel corpo

Le proteine sono presenti nel corpo umano soprattutto nel plasma, nei tessuti degli organi e nella massa muscolare. Non esistono scorte libere di proteine, infatti sono tutte impegnate in diverse funzioni, come quella:

  • plastica nella formazione e struttura dei tessuti, 
  • energetica, anche se in minima parte, soprattutto in assenza di adeguate quantità di glicogeno muscolare
  • regolatrice, gli enzimi sono fondamentali per il funzionamento del metabolismo;
  • di trasporto ( come ad esempio l’emoglobina, l’albumina, la mioglobina), 
  •  nel metabolismo ormonale e del sistema immunitario.

Le proteine rappresentano il 12-15% della massa corporea , ma vi è una grande differenza nel contenuto proteico delle diverse cellule.  Per esempio un neurone contiene solo il 10% di proteine, mentre una cellula muscolare o un globulo rosso il 20%. Inoltre, il contenuto proteico del muscolo scheletrico può aumentare in seguito ad un allenamento di potenziamento e rinforzo muscolare.

Proteine, alimentazione e massa muscolare : metabolismo delle proteine

Il complesso delle reazioni che portano alla sintesi di tessuti si chiama anabolismo e la richiesta e necessità di aminoacidi variano in relazione a specifiche condizioni. Ad esempio nel periodo di crescita e sviluppo circa un terzo delle proteine assunte con la dieta viene usato per processi di sintesi. Una volta raggiunta una massa corporea costante la necessità dell’apporto proteico è legato principalmente alla continua distruzione e risintesi delle proteine strutturali.

Quindi la principale funzione delle proteine della dieta è quella di dare  aminoacidi da usare nei processi anabolici. Invece, un’altra quota proteica viene sfruttata a scopo energetico andando incontro ad una degradazione (catabolismo). Il catabolismo delle proteine determina che queste vengono scisse in singoli aminoacidi, l’azoto liberato attraverso un processo che avviene nel fegato e forma urea. A sua volta, l’urea prodotta viene eliminata con le urine. 

Tipologie di proteine nell’alimentazione

Come già accennato, otto aminoacidi (nove in persone anziane e bambini) non possono essere sintetizzati dal nostro organismo e devono pertanto essere introdotti con la dieta. Si tratta degli aminoacidi essenziali, gli altri sono definiti non essenziali in quanto il nostro organismo li riesce invece a produrre. 

Il valore biologico (VB) è un indice che serve valutare le proteine introdotte con l’alimentazione. Questo indice si esprime con un valore numerico ed indica quantità, qualità ed al rapporto degli aminoacidi essenziali presenti negli alimenti. 

Fonti di proteine nobili, ad alto valore biologico, sono ad esempio uova, latte, carne ,pesce e pollame. Sorgenti di proteine di alta qualità sono così il siero, il colostro, la caseina, il latte e le uova. Proprio quest’ultime sono in cima alla classifica perché forniscono una miscela di aminoacidi essenziali ottimale rispetto agli altri alimenti. Tuttavia, va considerato che nelle uova la quantità per 100 gr di aminoacidi è più bassa rispetto ad altri cibi.

Le proteine di origine animale posseggono sempre proteine nobili mentre quelle vegetali sono incomplete mancando sempre di uno o più aminoacidi. Si può facilmente risolvere questo problema abbinando nello stesso pasto due cibi di origine vegetale che compensano a vicenda le loro mancanze. Ad esempio un ottimo abbinamento è quello tra legumi e cereali integrali. Così anche chi segue una dieta vegetariana o vegana può avere un’alimentazione equilibrata e completa. In alternativa sono presenti integratori alimentari come proteine in polvere o aminoacidi essenziali che possono sopperire alla mancanza. 

Affidarsi ad un nutrizionista è sempre la migliore soluzione per avere un piano alimentare equilibrato e che rispetti fabbisogni e stili di vita. Infatti, bisogna considerare che gli alimenti con maggior quantità presenza di proteine hanno anche altri nutrienti come ad esempio grassi, carboidrati e minerali da bilanciare. 

Proteine, alimentazione e massa muscolare : Quante proteine mangiare?

Infine, uno degli argomenti più dibattuti in ambito nutrizionale è quante proteine occorrano per soddisfare i fabbisogni, soprattutto in ambito sportivo. Le linee guida e gli studi scientifici offrono dei dati oggettivi chiari da utilizzare. 

A differenza di quanto pensano in molti, non esiste un reale vantaggio nell’aumentare in modo eccessivo l’apporto proteico giornaliero per aumentare la massa muscolare. Questa non aumenta soltanto consumando cibi ricchi di proteine, ma con il giusto apporto energetico e di tutti i macronutrienti. 

La dose giornaliera raccomandata è di 0.8 gr/kg di peso corporeo, che però esprime l’apporto proteico minimo per non avere problemi da carenza proteica nella popolazione generale.

In popolazioni specifiche, come gli anziani o sportivi, un apporto proteico maggiore di 1 gr/ kg di peso corporeo è addirittura consigliato. Così, in atleti impegnati in allenamenti intensi, si suggerisce di consumare tra 1.2 e 2 gr di proteine/ kg di peso corporeo.

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19 Novembre 2024

Non è semplice affrontare il tema della dieta chetogenica in Italia, patria della pasta, della pizza, della dieta mediterranea e del buon cibo in generale. Tuttavia, è importante farlo perché questo tipo di dieta  sta riscuotendo sempre più attenzione e successo che possono generare pericolosi fenomeni di improvvisazione. Infatti, la chetogenesi ,come altri approcci dietetici e nutrizionali, presuppone la conoscenza di alcuni processi fisiologici e metabolici di base, in questo caso meno scontati. In tale approccio è indispensabile la guida di un professionista ,qualificato ed esperto, che consideri le diverse esigenze salutari o di prestazione sportiva della persona. 

Qualsiasi sia il motivo per cui una persona segua una dieta chetogenica va sempre calibrata e monitorata nel tempo. Il medico ed il biologo nutrizionista sono i professionisti in grado di fornire una dieta chetogenica con solide evidenze scientifiche, garantendo sicurezza e  risultati. 

Cos’è la dieta chetogenica?

La dieta chetogenica è nata più di cento anni fa per scopi terapeutici, in particolare nel trattamento dell’epilessia. Successivamente questo regime alimentare si è evoluto e adattato consentendo l’applicazione in diversi contesti, quindi anche per il dimagrimento. 

Questa dieta induce il corpo ad entrare in un particolare stato fisiologico e metabolico che utilizza, a scopo energetico, i grassi invece degli zuccheri. Infatti, l’organismo impiega principalmente il glucosio per produrre energia e svolgere tutte le sue funzioni. Con la dieta chetogenica viene fortemente limitata la disponibilità di carboidrati inducendo il corpo ad utilizzare i grassi e producendo delle molecole: i corpi chetonici.  

La dieta chetogenica prevede un apporto di carboidrati molto basso, di proteine discreto e di grassi medio-alto.  In questo modo il corpo entra in chetosi, di solito dal terzo giorno di dieta e finché si mantiene un basso apporto di carboidrati. Spesso si associa la riduzione dei carboidrati ad una perdita di peso automatica, questo non è assolutamente vero. Infatti, il bilancio energetico è sempre il punto centrale dal quale partire per una perdita di grasso e di peso. Le calorie contano ed a prescindere dal tipo di alimentazione che si segue se si introducono meno calorie rispetto ai fabbisogni energetici si dimagrisce. 

Infine, poiché la quantità di proteine non è alta e rispetta le linee guida ed i fabbisogni della persona, la dieta chetogenica non è iperproteica

Caratteristiche della chetosi

Va specificato che la chetosi fisiologica, ottenuta dalla riduzione di carboidrati e la formazione di corpi chetonici, non crea nessun problema ad un organismo sano.  Spesso la preoccupazione nei confronti di questo approccio dietetico è che la chetosi porti ad una acidificazione del sangue. Tuttavia, in un soggetto sano ci sono dei meccanismi che controllano la chetosi e impediscono che accada una cosa simile.  

La chetosi,che il corpo induce in assenza di quantità adeguate di carboidrati, potrebbe essere una conseguenza di un adattamento ed un’evoluzione ancestrale. Se presente una quantità sufficiente di carboidrati la maggior parte di organi e tessuti utilizza proprio questi per ottenere energia. Ci sono poi alcune eccezioni, ad esempio il cuore utilizza sempre un misto glucosio, acidi grassi e chetoni. Il glucosio viene ottenuto maggiormente dai carboidrati assunti dalla dieta ma una parte può essere prodotta anche a partire da altre sostanze. 

La quantità di chetoni, con un’alimentazione del genere, aumenta molto e dopo qualche giorno la maggior parte dell’energia deriverà da acidi grassi e chetoni. Il cervello continuerà invece a bruciare chetoni e glucosio ma con un’elevata percentuale di chetoni. Altri organi, oltre al cervello, necessitano di glucosio per funzionare correttamente, tra questi: i globuli rossi, la midollare del surrene ed il midollo osseo. 

I vantaggi

I principali e più accreditati vantaggi di seguire una dieta chetogenica sono:

  • perdita di peso
  • diminuzione del senso di fame
  • riduzione delle emicranie e cefalee
  • calo della glicemia nel sangue 
  • riduzione di alcuni marcatori dell’infiammazione

Oltre a questi benefici la dieta chetogenica è molto studiata ed usata in ambito neurologico e nel trattamento di alcune patologie. Ad esempio, l’efficacia della dieta chetogenica nel trattamento dell’epilessia è ormai testimoniata da molti studi scientifici. Recenti studi sembrerebbero indicare come la dieta chetogenica possa contribuire anche al trattamento di patologie neurodegenerative come Parkinson, Alzheimer e la sclerosi laterale amiotrofica (SLA). 

Proprio in virtù dei diversi aspetti, per i quali questo tipo di alimentazione può essere sfruttata, sono presenti differenti tipi di diete chetogeniche. Le differenze dietetiche sono determinate principalmente dal grado di chetosi e da ciò che si vuole ottenere in base alla condizione presente. 

Tipologie di dieta chetogenica

Come tutte le diete anche la dieta chetogenica deve essere correttamente calibrata su un corretto quantitativo di energia (calorie) rispetto ai fabbisogni della persona. Però rispetto agli altri tipi di protocolli, la chetosi viene innescata da un preciso rapporto tra grassi e la somma di proteine e zuccheri. Questo rapporto viene chiamato rapporto chetogenico e può variare da 1:1 a 4:1 , in base a che livello di chetosi si voglia arrivare. 

La dieta chetogenica originaria, ad esempio, presuppone un rapporto 4:1 con una quantità di grassi molto elevata in grado di garantire una chetosi profonda. Questo tipo di approccio si è visto avere degli ottimi risultati soprattutto con le crisi epilettiche. 

Un altro tipo di dieta chetogenica è la VLCKD, ossia Very Low-Calorie Ketogenic Diet, una dieta fortemente ipocalorica molto spesso utilizzata in casi di obesità. In questo caso il rapporto chetogenico è meno sbilanciato in favore dei grassi e si privilegia una perdita di peso rapida. Un altro tipo di dieta chetogenica è quella MCT (Medium Chain Triglyceride), in cui i grassi sono costituiti da acidi grassi a catena media. Questa tipologia di grassi sono presenti ad esempio nell’olio di cocco ed altre fonti di vegetali. 

La dieta chetogenica è sempre la scelta giusta?

Nonostante la dieta chetogenica sia molto utilizzata, è importante sapere che non sempre rappresenta la soluzione corretta e ideale per dimagrire. Non tutti gli individui rispondono allo stesso modo e soprattutto non è un  modello alimentare che è possibile applicare senza considerare alcune condizioni mediche.

Infatti la dieta chetogenica è sconsigliata per soggetti cardiopatici, con patologie della tiroide, della cistifellea e con diabete di tipo 1. Anche in gravidanza ed allattamento è un tipo di alimentazione da evitare così come in soggetti con patologie renali o epatiche. Le persone  che seguono la dieta chetogenica hanno più possibilità di sviluppare stitichezza, carenze nutrizionali ed altre malattie croniche. 

La dieta chetogenica presuppone pianificazione, preparazione e qualche sacrificio. Nella fase di passaggio alla chetosi si possono sperimentare sensazioni di affaticamento, mal di testa, stordimento che cessano appena si entra in chetosi. 

In ultimo non è da sottovalutare che essendo una dieta restrittiva molte persone trovano difficoltà a cenare fuori e mantenere una piacevole socialità. E’ bene ricordare che i vari protocolli dietetici e dimagranti non sono valevoli indiscriminatamente per tutti. Trovare la corretta soluzione ed alimentazione, in base alla propria condizione, con un nutrizionista è la scelta più saggia. 

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8 Novembre 2024

Il diabete mellito gestazionale (GDM) è una condizione che si può verificare in gravidanza, in cui si manifesta un’alterazione del metabolismo del glucosio. Secondo dati europei e nazionali si stima che circa il 6-7% delle gravidanze siano rese più difficili dall’insorgenza di questo tipo di diabete.

Il diabete gestazionale si definisce in base a diversi parametri, ma sicuramente deve essere diagnosticato per la prima volta durante la gravidanza. Questi casi di diabete si risolvono spesso dopo il parto, pur essendoci un rischio maggiore che anni dopo si ripresenti come diabete di tipo 2. 

Una piccola percentuale di donne affette da diabete gestazionale presenta delle peculiarità del diabete autoimmune dal punto di vista genetico, immunologico e clinico. In seguito, pressappoco la metà di queste donne dopo la gravidanza saranno affette da diabete autoimmune. 

Complicanze e sintomi del diabete gestazionale

Il diabete mellito gestazionale se non trattato correttamente può indurre delle complicanze durante il parto, sia alla madre che al feto. Inoltre, con il diabete gestazionale aumenta il rischio di malformazioni fetali e/o morte intrauterina. 

Molti studi scientifici indicano che dei valori alterati di glucosio nella parte finale della gravidanza aumentino la probabilità di complicanze perinatali. 

Altri dati indicano che il rischio, per chi ha avuto il diabete gestazionale, di manifestare anche diabete di tipo 2 nei successivi 5-10 anni dal parto sia molto superiore rispetto  alle donne che non lo hanno avuto. 

Purtroppo sintomi evidenti che identifichino questa patologia il più delle volte non ci sono. Di rado si può notare una sensazione di sete, nausee, infezioni e necessità di urinare.  Per questi motivi è molto importante agire in ottica preventiva, facendo tutti i controlli medici e ginecologici previsti e adottando una dieta adeguata.

Solitamente la diagnosi viene eseguita facendo un test ,che prevede una carico di glucosio orale, tra la   24° e 28° settimana di gravidanza. Più precisamente è somministrata per bocca una soluzione di 75 grammi di glucosio e poi misurata la glicemia con un prelievo di sangue venoso.  I prelievi sono fatti in tre momenti differenti: all’inizio, dopo un’ora ed ancora dopo due ore. 

Per la diagnosi di diabete gestazionale la glicemia deve essere uguale o superiore a questi valori limite:

  • 92 mg/dl a digiuno;
  • 180 mg/dl a 60 minuti;
  • 153 mg/dl a 120 minuti.

Quali sono le cause ed i fattori di rischio del diabete gestazionale?

Le cause che molto spesso portano all’insorgenza del diabete mellito gestazionale sono dovute principalmente a cambiamenti ormonali durante la gravidanza. Succede che la placenta produce degli ormoni che ostacolano l’azione dell’insulina facendo aumentare i valori di glicemia. Se il pancreas non risponde producendo più insulina per diminuire la glicemia o se vi è una resistenza all’insulina si sviluppa il diabete gestazionale. 

Ci sono dei fattori di rischio che andrebbero considerati anche se solo su alcuni di essi è possibile intervenire, vediamone insieme alcuni: 

  • sovrappeso e obesità 
  • precedente neonato macrosomico dal peso di 4.5 kg o maggiore
  • diabete gestazionale in gravidanza precedente
  • anamnesi familiare di diabete (parente di primo grado con patologia)
  • famiglia originaria di aree ad alta prevalenza di diabete.

Prevenzione del diabete gestazionale con lo stile di vita

I fattori di rischio sui quali è possibile intervenire maggiormente sono la corretta alimentazione ed uno stile di vita attivo, prevenendo così sovrappeso ed obesità. Praticare attività sportiva, secondo la propria situazione e possibilità, o comunque condurre una vita non sedentaria è altrettanto importante. Ad esempio, ritagliarsi nella giornata 30 minuti per fare una camminata è una buona idea per migliorare il metabolismo glucidico e la sensibilità insulinica. 

Ovviamente durante la gravidanza è bene svolgere tutti i controlli medici previsti per poter diagnosticare l’eventuale insorgenza di diabete in maniera precoce. E’ fondamentale avere una corretta alimentazione e gestione della glicemia in ogni momento della giornata per diminuire il rischio di complicanze per madre e feto. 

Così, è necessario avere una dieta personalizzata, sviluppata da un professionista come un medico o un biologo nutrizionista .  La parte che richiede maggiore attenzione è senza dubbio la gestione degli zuccheri e dei carboidrati, che si dovranno assumere nelle giuste quantità ed abbinamenti. Oltre alla quantità di zuccheri che si mangiano il nutrizionista ha  il ruolo di gestire soprattutto il carico glicemico dei diversi pasti nella giornata. Questo è molto importante per non creare una risposta glicemica ed insulinica alterata e pericolosa. L’apporto delle giuste quantità di verdure e frutta consentono il corretto introito di fibre, un componente veramente indispensabile nella sazietà e assorbimento degli zuccheri.

Se tutto ciò non dovesse bastare, l’intervento medico con  una terapia farmacologica, è indispensabile per avere i giusti livelli di zuccheri nel sangue ed evitare rischi. 


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11 Ottobre 2024

Il cachi o kaki è un albero da frutta della famiglia delle Ebenacee, il cui frutto si consuma nel periodo autunnale. Il nome scientifico del frutto è Diospyros kakii, mentre il nome italiano deriva da quello del frutto in giapponese: kaki 柿.

Definito mela d’oriente , i cinesi lo definirono l’albero delle sette virtù perché: vive a lungo, dà grande ombra, ospita i nidi degli uccelli, ha un’ottima legna per fare il fuoco, non è attaccato da parassiti, le foglie caduche sono un buon concime, le foglie giallo-rosse del periodo autunnale sono decorative. 

Il cachi è noto oggi come l’albero della pace perché sopravvisse ai bombardamenti di Nagasaki , in Giappone, nell’agosto del 1945. 

Storia del Cachi

L’origine di questo frutto è asiatica, infatti in Cina è coltivato da più di 2000 anni ed è una della piante da frutto più antiche coltivate dall’uomo. Dalla Cina si è poi diffuso in altri paesi d’oriente come la Corea ed il Giappone per poi arrivare solo verso l’ottocento in America ed in Europa. E’ un albero subtropicale che però si adatta molto bene anche al clima del mediterraneo, per questo poi si è diffuso anche nel nostro paese.  

In Italia è arrivato soltanto verso il 1880 ed è attualmente coltivato principalmente in Emilia Romagna, Campania, Sicilia e Veneto. Questo frutto sembra fosse apprezzato particolarmente anche da Giuseppe Verdi che in una lettera del 1888 ringrazia chi gliene aveva fatto dono. 

Caratteristiche e proprietà nutrizionali del cachi

Il frutto ha un aspetto rotondo , soffice , carnoso e dal colore arancione. Esistono anche diverse varietà di cachi come ad esempio i cachi mela ed i cachi vaniglia che hanno una consistenza più solida e meno gelatinosa.  

Spesso questo frutto viene considerato eccessivamente  calorico e zuccherino, sconsigliato per le diete dimagranti ed ipocaloriche, ma sbagliando. E’ infatti vero che il cachi presenta una quantità di zuccheri semplici leggermente superiore agli altri frutti ma di poco. Considerando 100 gr di prodotto la quantità di carboidrati è 16 gr. Inoltre, l’apporto energetico per una porzione di frutta , circa 150 gr, corrisponde a un centinaio di kcal quindi perfettamente in linea con gli altri frutti. 

Inoltre, seppur la quantità di zuccheri sia leggermente più alta è presente anche una maggior quantità di fibra; un frutto copre quasi il 15% del fabbisogno di fibra. La fibra è un nutriente cruciale per l’alimentazione ed il benessere del corpo umano, agendo sulla peristalsi e sul microbiota dell’intestino.

Le persone affette da diabete ed insulino resistenza o comunque con un dismetabolismo degli zuccheri devono avere maggior attenzione al consumo di questo frutto. La cosa importante da gestire non è tanto la quantità di zuccheri presenti nel frutto ma piuttosto il carico glicemico del pasto, ossia la quantità di carboidrati del pasto. Se nel pasto già ci sono delle quantità di carboidrati medio-alte è preferibile spostare il frutto in un altro momento, ad esempio a colazione o a merenda.                                 

In questi casi è meglio affidarsi ad un professionista dell’alimentazione come un medico o un nutrizionista per avere una dieta corretta e bilanciata. 

Benefici per la salute

Tra le varie proprietà di questo frutto vi è l’alta quantità di beta carotene, precursore della vitamina A, con circa 356 µg retinolo equivalenti. Sono presenti poi anche luteina e zeaxantina, dei pigmenti presenti negli occhi ed importanti per la funzione visiva.  

Anche la quantità di vitamina C è buona, coprendo circa il 35-40% del fabbisogno giornaliero di questo micronutriente. Ci sono poi in quantità più basse anche potassio, calcio , ferro e sodio.

Il sapore astringente del cachi è dovuto anche alla presenza di flavonoidi e tannini che sono dei composti bioattivi importanti per la nostra salute. Ma il grande potenziale antiossidante del cachi è dovuto alla presenza di licopene che sembrerebbe ridurre il rischio di tumori della mammella, prostata e intestino.  Nella stagione autunnale la presenza di alimenti ricchi di licopene diminuisce non essendo presenti pomodori, anguria e peperoni, per questo è importante consumare questi frutti. 

Curiosità e ricette

In medicina cinese sono studiate ed utilizzate anche le foglie del cachi che sembrerebbero avere delle proprietà benefiche per la grande presenza di polifenoli. La quantità di questi composti è ancora più elevata che nel frutto. Tra le attività benefiche degli estratti di foglie del cachi ci sarebbero quelle ipolipemizzanti, antidiabetiche, antibatteriche, emostasi ed effetti sul sistema cardiovascolare. 

Infine, una ricetta a base di cachi semplice e veloce potrebbe essere un dolce al cucchiaio come il budino di polpa di cachi e cacao amaro. La dolcezza dei cachi fa sì che si possa evitare l’utilizzo di zucchero, mentre la consistenza gelatinosa e addensante della polpa forma  il budino. 


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4 Ottobre 2024

Gli omega-3 sono una tipologia di acidi grassi polinsaturi che fanno parte della categoria dei grassi o lipidi. Gli acidi grassi omega-3 sono definiti essenziali perché il corpo non li riesce a sintetizzare, motivo per cui devono essere assunti con la dieta. 

Esistono diversi omega-3, ma la maggior parte della ricerca scientifica si concentra su tre: 

  • acido alfa-linolenico (ALA)
  • ” eicosapentaenoico (EPA)
  • ” docosaesaenoico (DHA).

In realtà l’unico essenziale dei tre sarebbe l’acido alfa-linoleico (ALA), dal quale vengono poi prodotti gli altri due dall’organismo. Tuttavia, la capacità di produrre quantità corrette è piuttosto bassa per cui è preferibile assumerli con la dieta. In natura solo le alghe e le piante sono in grado di sintetizzare ALA.

La struttura chimica di questi grassi è costituita da una lunga catena di atomi di carbonio con un insaturazione (un doppio legame tra i carboni). Questo doppio legame si trova sul terz’ultimo carbonio per questo si chiama omega-3, poi in base alla molecola possono essere presenti anche altri doppi legami. 

Le Proprietà

I grassi omega-3 sono considerati dei grassi buoni, quindi con delle proprietà benefiche e salutari per il corpo umano. Tra le varie caratteristiche di questi acidi grassi vi sono quelle di diminuire il livello di colesterolo nel sangue ed il rischio di patologie cardiovascolari. 

Inoltre, sembrerebbero apportare altri vantaggi come ad esempio:

  • Migliorare la composizione delle membrane cellulari.
  • Influenzare positivamente la risposta infiammatoria.
  • Difendere l’apparato cardiovascolare e prevenire ictus, aterosclerosi, ipertensione e trombosi.
  • Rallentare il decadimento cognitivo e sostenere la corretta funzionalità neurologica.
  • Formare la retina e migliorare la qualità visiva. 

La quantità necessaria è piuttosto bassa. Così, con una dieta che include pesce azzurro, frutta a guscio, verdure a foglia larga ed oli vegetali è difficile avere carenze.

In caso di mancanza di omega-3 è possibile che si verifichino sintomi neurologici e alterazioni delle capacità cognitive, ridotta funzionalità cognitiva e della funzionalità visiva. 

In quali cibi si possono trovare ?

Nonostante la quantità necessaria al corpo non sia così alta gli acidi grassi omega-3 sono presenti solo in alcuni alimenti. Inoltre si è visto come la nostra dieta sia molto più ricca di grassi omega-6, determinando un rapporto tra le due tipologie di grassi scorretto. Quest’ultima tipologia di grassi, infatti, si trova abbondantemente in frutta secca, oli vegetali e carni animali. 

Invece i cibi che contengono ricche quantità sono:

  • noci
  • semi di lino, di chia e di canapa. 
  • pesce grasso come il salmone, lo sgombro, le aringhe, la trota, il tonno, le alici ed il pesce azzurro in generale.
  • soia
  • alghe

Riguardo la frutta secca va fatta una precisazione: la quantità di omega-6 è eccessiva ed il rapporto omega-3/omega-6 sbilanciato, per cui andrebbe consumata con parsimonia. Le noci sono quelle che hanno il miglior rapporto omega-3/omega-6.

Gli integratori di omega-3 sono generalmente costituiti da olio di pesce in differenti tipologie come le capsule, soluzioni liquidi ed opercoli. L’integrazione è sicura e nei casi di carenza efficace, raramente presenta effetti collaterali che possono essere difficoltà digestive e produzione di gas intestinale. E’ bene ricordare che gli omega-3 possono aumentare il rischio di emorragie, così è consigliabile effettuare l’integrazione essendo seguiti da un medico o un nutrizionista. 

L’integrazione di omega-3 può essere consigliata nell’ultimo trimestre di gravidanza per migliorare la formazione degli organi, diminuire la probabilità di parto pretermine e lo sviluppo dell’ipertensione gravidica. 

In che quantità e come gestire gli omega-3

Secondo le linee guida, l’assunzione di omega-3 dovrebbe essere compresa tra lo 0,5 ed il 2% del fabbisogno energetico quotidiano. Il rapporto di assunzione di omega-6/omega-3 dovrebbe essere di 4 a 1 mentre attualmente si stima che nella dieta occidentale sia di 8 a 1. 

Anche la cottura degli alimenti può causare un deterioramento dei grassi polinsaturi diminuendone le qualità. Le alte temperature alterano la struttura e la funzione dei grassi creando stress ossidativo e radicali liberi.  Quindi è consigliabile una cottura docile, breve e non aggressiva come quella al microonde, al vapore oppure anche la bollitura ma per pochi minuti. Per la frutta a guscio, semi ed oli vegetali, come quello di lino o di canapa, è consigliabile un uso a crudo e senza  cottura o tostatura. 


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19 Luglio 2024

La gotta è una malattia metabolica che causa attacchi di artrite in seguito all’accumulo di cristalli di acido urico nelle articolazioni. Sono principalmente gli uomini che ne soffrono ma nelle donne in menopausa l’incidenza aumenta in maniera decisa. Una volta veniva definita la “malattia del Re” perché si manifestava soprattutto in chi poteva permettersi di mangiare tanto. Attualmente interessa soprattutto chi non si alimenta correttamente, anche se per il 70% dei casi la gotta ha cause genetiche. 

L’artrite si manifesta in una forma complessa in cui i sintomi principali sono: 

  • attacchi improvvisi e gravi di dolore, 
  • gonfiore, 
  • arrossamento,
  • dolorabilità in una o più articolazioni, più spesso nell’alluce circa nel 75% dei casi.

L’attacco di gotta può venire anche all’improvviso, ad esempio anche durante la notte con la sensazione che l’alluce sia in fiamme. Gli attacchi sono dolorosi, infatti l’articolazione si presenta calda, gonfia e così dolente che persino il peso il lenzuolo sopra di essa può sembrare intollerabile.

Ci sono diversi modi per gestire i sintomi e prevenire le riacutizzazioni, vediamo in seguito come. 

Cause della Gotta

Il meccanismo principale attraverso cui si verifica la gotta è l’accumulo nell’articolazione di cristalli di urato, che determinano infiammazione e dolore acuto. I cristalli di urato si formano quando la quantità di acido urico nel sangue è eccessivamente alta. Il corpo umano produce acido urico scomponendo le purine che sono delle molecole organiche azotate e presenti in tutte le cellule. Questi composti costituiscono anche il nostro di DNA ed RNA con le basi azotate (adenina, guanina ed uracile nell’RNA). 

Altre purine note ed importanti sono la caffeina del caffè, la teobromina del tè e la xantina presente in entrambi. Di solito la quantità di acido urico nel sangue viene regolata dall’organismo attraverso l’escrezione nelle urine dai reni. Quando invece il corpo produce troppo acido urico e lo accumula, oppure i reni ne espello troppo poco, si viene a causare iperuricemia. Come accennato quando l’acido urico si accumula eccessivamente si formano nei tessuti limitrofi o nell’articolazione dei cristalli di urato affilati e aghiformi che causano dolore, infiammazione e gonfiore.

Quali sono i fattori di rischio?

I fattori che aumentano il livello di acido urico nel corpo includono:

  • L’alimentazione: avere una dieta sbilanciata consumando molta carne rossa , crostacei e bere bevande zuccherate con fruttosio incrementa i livelli di acido urico. Anche il consumo di alcol, soprattutto di birra, aumenta il rischio di gotta.
  • Peso: in sovrappeso il corpo produce più acido urico e si ha maggior difficoltà da parte dei reni ad eliminarlo.
  • Patologie: Il rischio di gotta può aumentare in presenza di malattie come l’ipertensione, il diabete, l’obesità, la sindrome metabolica e le malattie cardiache e renali.
  • Farmaci: alcuni farmaci possono aumentare il rischio di gotta. Tra questi troviamo l’aspirina a basso dosaggio e alcuni farmaci usati per controllare l’ipertensione. Lo stesso vale per l’uso di farmaci antirigetto prescritti alle persone che hanno subito un trapianto d’organo.
  • Storia familiare di gotta: se altri membri della tua famiglia hanno avuto la gotta, è più probabile che tu sviluppi la malattia.

Complicanze nella gotta

Le persone affette da gotta possono sviluppare con il tempo condizioni più gravi.

In alcuni individui la gotta può essere ricorrente e verificarsi con diversi episodi. Se non trattata adeguatamente la gotta può portare all’erosione e compromissione dell’articolazione. I farmaci possono aiutare gli attacchi di gotta ricorrenti. 

Mentre la gotta non trattata può causare la formazione di depositi di cristalli di urato sotto la pelle. I cristalli si possono formare in diverse aree, come le dita, le mani, i piedi, i gomiti o i tendini di Achille lungo la parte posteriore delle caviglie. Solitamente questa condizione non produce molto dolore, ma possono creare gonfiore e dolore durante gli attacchi di gotta. Gli attacchi di gotta partono colpendo in primis l’alluce, con una successiva estensione ad altre zona già elencate precedentemente. 

Infine i cristalli di urato possono ammassarsi nelle vie urinarie delle persone con  gotta, causando calcoli renali. I farmaci possono aiutare a ridurre il rischio di calcoli renali.

Nell’Alimentazione..

La cura per la gotta è farmacologica, attraverso un’adeguata terapia si riduce l’uricemia. Tuttavia si può aiutare la gestione della patologia con una dieta povera o priva di ‘purine’. 

La prima regola è quindi di eliminare o ridurre drasticamente tutti gli alimenti che contengono purine oltre che ridurre l’apporto proteico. Principalmente sono alimenti di origine animale ad eccezione di uova e latticini. 

Tra i cibi che hanno un alto contenuto di purine troviamo: pesce azzurro (alici, acciughe e sardine) frattaglie (fegato, animelle, cervello), estratto di carne e selvaggina.

I cibi con un medio contenuto di purine sono invece: carni, pollame, crostacei, salami e insaccati in genere, legumi (piselli, fagioli, lenticchie), asparagi, spinaci, cavolfiori e funghi.

Infine i cibi a basso contenuto di purine: latte, uova, formaggi, verdure, ortaggi (escluso quelli sopra detti), frutta, pasta e altri cereali (tranne germe di grano e prodotti integrali).

Così, sarebbe meglio seguire un’alimentazione con una buona percentuale di carboidrati (amido) che aiuta l’escrezione di acido urico. Oltre a ciò anche diminuire i grassi ed il fruttosio (presente nei dolci, cachi, fichi, uva e banane) che ne favorisce la ritenzione.

E’ fortemente sconsigliato seguire delle diete fortemente ipocaloriche con rigida riduzione o esclusione di carboidrati oltre che seguire digiuni prolungati. Infine è molto importante essere correttamente idratati e diminuire il più possibile l’assunzione di alcol in particolare la birra. Tutti questi accorgimenti dipendono molto dal quadro clinico della persona, l’alimentazione che ne deriva deve essere quindi strettamente personalizzata. Per questo è importante che venga impostata da un medico o un biologo nutrizionista, evitando così errori grossolani nella gestione degli alimenti e delle quantità.

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25 Giugno 2024

I dolcificanti intensivi o sostituti dello zucchero sono degli additivi alimentari usati per dare un gusto dolce ad alimenti e bevande. Per lo più sono sfruttati per non utilizzare quantità elevate di zucchero in alimenti come:

  • Bibite analcoliche; 
  • Dessert; 
  • Prodotti lattiero caseari;
  • Dolci e gomme da masticare;
  • Prodotti dietetici a ridotto tenore calorico.

I dolcificanti possono essere prodotti secondo tecniche differenti, ad esempio per estrazione da piante come per la stevia e la taumatina. In particolare la taumatina sembra essere la sostanza naturale tra le più dolci al mondo. E’ presente all’interno di un frutto esotico, Thaumatococcus daniellii, ed ha un potere più dolcificante di circa 2000 volte rispetto allo zucchero.

Sono molto usati anche i dolcificanti di origine sintetica come la saccarina, l’aspartame o l’acesulfame

Questi composti agiscono dal punto di vista fisiologico e biochimico stimolando il recettore del sapore dolce presente sulla lingua e in tutta la bocca. 

Dolcificanti nella dieta : la classificazione

I dolcificanti si suddividono principalmente in due categorie quelli nutritivi e quelli intensivi. I dolcificanti nutritivi sono quelli che apportano energia , tra i quali possiamo trovare gli zuccheri semplici, l’isomaltulosio, il trealosio oltre che lo sciroppo di glucosio-fruttosio. Queste tipologie di dolcificanti sono considerati ingredienti a  tutti gli effetti e classificati come tali sulle etichette degli alimenti. Invece, i polioli (xilitolo, mannitolo, sorbitolo, maltitolo) seppur appartenenti a questa categoria di dolcificanti sono inclusi tra gli additivi alimentari.

I dolcificanti intensivi hanno un’elevata capacità dolcificante ed un apporto energetico molto basso o quasi nullo. Quest’ultimi sono tutti additivi alimentari e proprio in virtù di queste caratteristiche considerati come sostituti dei dolcificanti nutritivi. Tra i dolcificanti intensivi vi è ulteriore suddivisione che abbiamo già accennato inizialmente tra dolcificanti naturali e artificiali. 

I dolcificanti naturali sono: glicosidi steviolici, taumatina, neoesperidina, monellina e glicirizzina. Mentre i dolcificanti sintetici sono: saccarina , sucralosio, aspartame, acesulfame k, ciclamati. 

In quanto additivi alimentari la presenza di un dolcificante deve essere indicata sull’etichetta di un alimento mediante la sua denominazione o tramite il codice E. Il codice E è un codice numerico identificativo stabilito all’interno dell’Unione Europea per un particolare additivo. 

L’ente che valuta la sicurezza e denominazione degli additivi alimentare è l’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare. 

I nuovi dolcificanti prima di essere immessi nel mercato devono ovviamente essere valutati sicuri proprio dall’EFSA. 

I dolcificanti aiutano a dimagrire?

Dal punto di vista energetico i dolcificanti intensivi fanno risparmiare calorie, quindi sono utili per dimagrire e per chi ha problemi nel metabolismo degli zuccheri. Spesso, però, questi prodotti sono ritenuti più accessibili in virtù di queste proprietà ipocaloriche inducendo ad un consumo eccessivo. Questo atteggiamento è scorretto perché non si educa il palato e la psiche ad una corretta frequenza di assunzione dei cibi dal gusto dolce. 

Nel caso invece di diete particolarmente restrittive, come la dieta chetogenica, rappresentano una valida alternativa per poter sopperire agli zuccheri che devono essere esclusi. Ciò non significa poter abusare di questi cibi, è raccomandabile confrontarsi con il proprio medico o biologo nutrizionista per valutarne la corretta assunzione. 

Sarebbe auspicabile limitare l’assunzione di cibi dolci , seguendo le linee guida di una corretta e sana alimentazione abituando il palato a sapori meno dolci. Come per il salato sono sufficienti solo alcune settimane per abituarsi a cibi meno dolci. 

Dolcificanti nella dieta: quali sono quelli sicuri?

L’organizzazione deputata alla valutazione della sicurezza alimentare in Europa è l’EFSA. E’ lei a stabilire dopo un’accurata e attenta analisi se un dolcificante può essere utilizzato ed in che quantità. 

L’EFSA stabilisce la dose giornaliera ammissibile (DGA) rispetto ad ogni sostanza immessa in commercio tra cui anche i dolcificanti. Quindi secondo gli studi attuali, se consumati nelle quantità indicate i dolcificanti non rappresentano alcun rischio per la salute. Ad esempio nel caso dell’aspartame, la DGA fissata è di 40mg/kg di peso corporeo. Un adulto di 60kg per superare la DGA di aspartame dovrebbe bere al giorno 12 lattine da 330ml con la massima dose di aspartame autorizzata. Infatti, da indagini sul consumo di dolcificanti nella popolazione italiana si è stimato che l’esposizione a queste sostanze è molto al di sotto della DGA.

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13 Giugno 2024

Circa il 15% della popolazione mondiale soffre di sindrome dell’intestino irritabile, conosciuto con l’acronimo inglese IBS (Irritable Bowel Syndrome). E’ una malattia cronica causata da un’eccessiva comunicazione reciproca tra cervello e intestino. Le cause sono differenti e possono essere ad esempio : disbiosi ed alterazione del microbiota, predisposizione genetica, fattori ambientali e anatomofisiologici. 

La dieta FODMAPs è un protocollo alimentare basato su recenti e nuovi studi, utilizzato con successo nel trattamento dei sintomi del colon irritabile. L’acronimo inglese FODMAPs sta per Fermentable – Oligo-Di-and Monosaccarides And Polyols, ossia differenti tipologie di zuccheri a catena corta più fastidiosi per il paziente affetto da IBS. 

Questo tipo di dieta è stata elaborata per la prima volta nel 2004 dalla Monash University, a Melbourne, in Australia, vediamone insieme le caratteristiche. 

Sindrome Colon Irritabile caratteristiche e sintomi

La sindrome dell’intestino irritabile è una delle patologie intestinali più diffuse che colpisce soprattutto le donne sotto i 50 anni di età.

È una patologia cronica-ricorrente caratterizzata da dolore addominale e alterazione della funzione intestinale. Eventi stressanti sia a livello fisico che psichico possono aggravare i sintomi, infatti in questa patologia la componente psicosomatica è importante.

Di solito i sintomi tipici della sindrome da intestino irritabile sono: 

  • Tensione addominale  e mal di pancia;
  • Alvo intestinale irregolare : stipsi , diarrea o un’alternanza delle due;
  • Meteorismo e flatulenza ;
  • Mal di testa , emicrania e cefalea;
  • Depressione;
  • Ansia;
  • Fibromialgia.

I sintomi possono cambiare nel tempo , con periodi di maggior problematicità e fasi di quiescenza in cui non si avverte alcuni disturbo. 

Perchè Colon Irritabile?

L’aggettivo irritabile è in riferimento al fatto che le terminazioni nervose presenti sulla mucosa intestinale sono più attive e sensibili del normale. Le terminazioni presenti sull’intestino servono a trasmettere gli impulsi dall’intestino al cervello e viceversa oltre che per la contrazione muscolare del tratto. Così in situazioni di maggiore stress, che sia di tipo fisico o psichico, l’intestino delle persone affette da Sindrome del Colon irritabile (IBS) risponde in maniera esagerata. Questo accentua i sintomi elencati precedentemente e soprattutto crea il classico disagio intestinale caratterizzato da diarrea, gonfiore, dolore addominale, una sensazione di pienezza e gas. 

Se le contrazioni muscolari sono coordinate ma molto aumentate , le feci possono avanzare più rapidamente attraverso il colon con la comparsa della diarrea. Mentre se le contrazioni muscolari sono diminuite e non coordinate , vi è un rallentamento della progressione delle feci nel colon con presenza di stitichezza. 

La diagnosi viene eseguita dal medico attraverso una minuziosa anamnesi, ecografia addominale e delle analisi ematiche per escludere la presenza di altri problemi intestinali. Infatti , alcuni pazienti possono soffrire in maniera concomitante di altri disturbi gastrointestinale come:

Dieta Low FODMAPs

Per quanto riguarda l’alimentazione esiste un protocollo che sta avendo, già da qualche anno, sempre più successo e seguito: si tratta della dieta Low FODMAPs. La dieta creata per la prima volta in Australia, presso la Monash University, prevede un basso contenuto di FODMAP. L’acronimo inglese indica gli zuccheri fermentabili presenti in cibi quali i derivati del grano, il latte e i latticini, vari tipi di frutta e verdura.

Quindi queste molecole sono zuccheri a catena corta e fibre che infastidiscono l’intestino del paziente affetto da colon irritabile. Tutto ciò avviene perché i batteri presenti nel colon ma anche nel lume del piccolo intestino fermentano questi composti, creando i fastidi classici prima elencati. 

I Fodmaps principali sono quindi: 

  • Lattosio;
  • Fruttosio;
  • Fruttani;
  • Polioli;
  • Galattani.
     

Il protocollo prevede così 3 fasi, una prima fase di eliminazione quasi totale dei cibi ad alto contenuto di Fodmaps di circa 4-6 settimane. La fase successiva prevede una graduale reintroduzione di questi cibi, valutando attraverso un diario sintomi e alvo intestinale.  Nella terza fase vi è il mantenimento della dieta con una stretta personalizzazione in base a come è andata la reintroduzione. Infatti c’è chi tollera meglio alcuni composti piuttosto che altri, quindi solo attraverso l’aiuto di un medico o nutrizionista si può stabilire un piano alimentare che tenga conto di tutti questi aspetti.

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24 Maggio 2024

I lipidi o grassi sono un macronutriente fondamentale della dieta che non dovrebbe mai mancare nelle giuste quantità e tipologie. 

Le organizzazioni sanitarie mediche e nutrizionistiche internazionali aggiornano periodicamente le indicazioni riguardo il corretto apporto di grassi. La valutazione scaturisce dalle ultime evidenze scientifiche ed è inerente sia alla quantità che alla qualità dei grassi. Infatti non tutti i grassi sono uguali, vi sono differenti utilizzi e funzioni che essi svolgono nell’organismo tramite diverse vie metaboliche.  

Queste raccomandazioni sono importanti per la prevenzione di patologie di diverso tipo come: 

  • Obesità
  • Diabete
  • Ipertensione
  • Patologie cardiovascolari
  • Tumori

L’apporto energetico dei grassi in una dieta bilanciata dovrebbe coprire circa il 30% del totale dei fabbisogni calorici di una persona. Tutti i grassi, anche quelli buoni sono una fonte concentrata di energia (9 kcal/g), tra i macronutrienti è quello che ne apporta una maggiore quantità. 

Quindi per un corretto ed efficace dimagrimento i lipidi sono ovviamente un nutriente da gestire attentamente, considerando sempre le giuste quantità e tipologie. Ci sono poi diversi approcci particolari come ad esempio la dieta chetogenica dove invece diventano il fulcro principale dell’alimentazione. 

Lipidi : Cosa sono e a cosa servono?

I lipidi sono componenti importanti per il nostro organismo, è importante assumerli nelle giuste quantità e tipologie.

Tra le funzioni che svolgono la principale è quella di immagazzinare energia, attraverso il tessuto adiposo. Gli altri compiti importanti  che svolgono sono quello di costituire strutturalmente le membrane cellulari (fosfolipidi), formare gli acidi biliari per la digestione ed intervenire nella produzione degli ormoni. 

I lipidi hanno anche un importante ruolo nutrizionale che coinvolge le vitamine liposolubili (vitamina A, D, E, K link interno?) e molecole come omega 3 e 6. 

Per un’alimentazione completa e bilanciata è necessario consumare una certa quantità di grassi. Si tratta di strutture chimicamente complesse che hanno la caratteristica di essere insolubili in acqua. 

I più diffusi negli alimenti sono i trigliceridi, alimenti composti da glicerolo ed acidi grassi. 

Gli acidi grassi si possono a loro volta suddividere in differenti categorie in base alla presenza o meno di doppi legami chimici nella loro catena:

  • saturi non hanno doppi legami
  • monoinsaturi hanno un solo doppio legame
  • polinsaturi hanno due o più doppi legami
  • Acidi grassi trans presenza di doppio legame particolare 

Quali sono i grassi da evitare?

Tra i lipidi che maggiormente andrebbero limitati vi sono quelli saturi e trans, che contribuiscono a fare aumentare i livelli di colesterolo nel sangue. Questo contribuisce insieme ad altri fattori ad aumentare il rischio di patologie cardiovascolari e coronariche. 

Le fonti principali di grassi saturi sono di origine animale, quindi ricche anche di colesterolo, come ad esempio le carni grasse e loro derivati. Anche i prodotti lattiero caseari non scremati sono ricchi di grassi saturi (latte intero, panna , burro), così come gli oli vegetali (palma e cocco).

I grassi trans, presenti soprattutto negli snack dolci e salati prodotti industrialmente come merendine, glasse, biscotti, patatine fritte, pasti confezionati

L’American Heart  Association suggerisce di «non superare un consumo giornaliero di 2-2,5 grammi di acidi grassi trans, oltre il quale aumenta significativamente il rischio cardiovascolare».

Grassi buoni e dove trovarli

I mono e poli-insaturi dovrebbero essere così consumati maggiormente rispetto a quelli saturi. 

Tra gli acidi grassi polinsaturi meritano menzione gli acidi grassi omega-3 e omega-6 che sono importanti componenti delle membrane cellulari. Queste molecole sono anche  precursori di molte altre sostanze nell’organismo, come quelle coinvolte nella regolazione della pressione sanguigna e nelle risposte infiammatorie. 

Gli omega-3 sono presenti in tutti gli alimenti contenenti grassi, anche se non tutti in maniera rilevante; rappresentano fonti alimentari di particolare importanza i prodotti ittici, alcuni oli vegetali e la frutta secca in guscio

Sono fonte di grassi omega 3 alcuni pesci come sgombro, salmone non allevato , aringa, tonno, sardine e  alici. Quantità apprezzabili di omega-3 sono anche contenute in specie tipiche del Mediterraneo, orate o spigole e anche in specie di acqua dolce come le trote. Ne contengono un po’ anche alcuni frutti oleosi come le noci e semi di lino ed in parte nei legumi come fagioli secchi.

Le differenze tra le fonti animali e quelle vegetali riguardano la lunghezza della catena. Gli omega-3 a lunga catena (EPA e DHA), importanti per lo sviluppo cognitivo e per la funzione cardiaca, si trovano solamente nei prodotti della pesca. Le noci sono fonte di omega-3 a corta catena, precursori di EPA e DHA, ma nel nostro organismo la loro trasformazione è poco efficiente.

Di solito, nella dieta mediterranea, si assumono più frequentemente alimenti ricchi di omega 6, mentre sono scarse le assunzioni di omega 3. Al fine di introdurre una dose ottimale per l’organismo, si consiglia pesce ed altri prodotti ittici, sia freschi che surgelati (almeno 2-3 volte a settimana) scegliendo pesce azzurro nostrano. 

Il grasso del pesce si trova soprattutto sotto la pelle, quindi scegliere pesci piccoli che si mangiano con la pelle è utile anche per il loro apporto di grassi.

Nel quadro dell’auspicabile aumento dell’assunzione di acidi grassi polinsaturi in sostituzione degli acidi grassi saturi, si raccomanda un rapporto corretto tra le quantità di omega-3 e di omega-6 (circa 1:5).

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